Scuola:relazione docenti – studenti

Quanti insegnanti si trovano nella condizione di dover gestire alcune situazioni imbarazzanti, difficili, con i propri alunni e quanti genitori si sentono in difficoltà a comunicare con i docenti dei propri figli che esprimono un disagio usando atteggiamenti poco consoni all’ambiente scolastico.
Vi propongo ora il seguente documento che ci offre appunto delle riflessioni sugli atteggiamenti da evitare in situazioni di disagio dei ragazzi, tenendo presente che in ogni caso i ragazzi vogliono esprimere e comunicarci qualcosa, sta a noi insegnanti e genitori ascoltare e cogliere il messaggio andando oltre all’immediata parte esteriore dell’atteggiamento adottato dall’alunno in un determinato frangente.
Una volta compreso il messaggio, si valuta come procedere…..

Sonia Maggy

Riflessioni sulla relazione Docenti – Studenti

Alcuni esempi di relazioni disfunzionali che possono creare delle

barriere nella comunicazione docente-studente”.

SITUAZIONE

Carlo, un ragazzo di 13 anni di seconda media , giunge in classe, un giorno con un paio di occhiali da sole. Seduto in prima fila sfoggia i suoi occhiali da sole, dopo aver deposto quelli da vista. L’insegnante di lettere, arrivato in classe, dopo aver controllato i presenti, invita il ragazzo a mettere via gli occhiali da sole e a riprendere quelli da vista per leggere un testo ad alta voce. Carlo non ha nessuna intenzione di mettere via gli occhiali da sole, così l’insegnante inizia ad irritarsi e ad assumere atteggiamenti impositivi. Insomma inizia una specie di braccio di ferro tra docente ed alunno, in cui nessuno dei due intende smettere, strutturando in questo modo il rapporto persecutore-vittima.

STILE INTOLLERANTE E DESPOSTA

Si determina quando l’insegnante dinanzi ad un allievo che lo sfida o che insiste sul suo comportamento disfunzionale , reagisce immediatamente in modo dispotico e impaziente.

Nel caso riportato potrebbe urlare frasi del tipo, “come ti permetti”, “dove credi di essere”, “maleducato”, “vai dal preside”, “ fuori , vai fuori.” L’insegnante si avvale della critica, del rimprovero, della sospensione. Questo atteggiamento intransigente può presentare dei vantaggi immediati, infatti è facile che l’allievo ceda e metta da parte gli occhiali, mostri rispetto per l’autorità, tuttavia l’insegnante-educatore non può accontentarsi dell’adattamento superficiali e della compiacenza, ciò non incide sull’interiorità del discente ed è di breve durata.

STILE POLEMICO E LITIGIOSO

In questo caso l’insegnante potrebbe attaccare l’allievo e deriderlo agli occhi dei compagni.
“Togli quegli occhiali così lasci vedere la tua bella faccia”.
Questo atteggiamento è rischioso in quanto può innescare dinamiche distruttive.
Allievo: ma professoressa, perché ce l’ha sempre con me.
Insegnante. Perché tu sei bello.
Allievo: professoressa, ma quale bello, io non la toccherei neanche con un bastone lungo 3 mt.
A questo punto l’insegnante sorrise e scrisse una nota sul registro , chiedendo che l’allievo fosse sospeso per 3 giorni.
Il tipo di interazione è semiludica e quasi umoristica. La modalità seguita dal docente è quella dell’ attaccabrighe, che induce l’allievo a rispondere sullo stesso piano e a dimenticare che sta interagendo pur sempre con il suo docente.

STILE TIMOROSO

Un altro possibile atteggiamento dinanzi all’allievo dell’esempio, è quello di chi subisce tollerando pazientemente .Spesso gli alunni la interpretano come un permesso a persistere nel comportamento distruttivo. L’atteggiamento da martire , timido, trasmette l’idea di un docente che lascia correre e che permette agli allievi di abusare della sua pazienza.

STILE CALCOLATORE

E’ lo stile di chi ricorre ad un atteggiamento logico, razionale, preciso , freddo.

Esternamente il docente apparirà impassibile, dimostrerà calma e padronanza di sé, controllerà i suoi sentimenti e non si farà coinvolgere emotivamente, ma cercherà di discutere con l’allievo per farlo ragionare sul suo comportamento.

INTERVENTI COMUNEMENTE IMPIEGATI PER GESTIRE

RELAZIONI CONFLITTUALI

Verranno esaminate alcune strategie comuni adottate in classe per gestire le situazioni educative complesse : ignorare, sopportare in silenzio, critica, predica, rimprovero, punizione , sospensione.

Sebbene non soddisfino gli insegnanti e si rivelino sostanzialmente improduttive, risultano largamente impiegate in classe.

IGNORARE, SOPPORTARE IN SILENZIO

Dinanzi ad una situazione di disagio in classe (es. , risata svalutante, allievo che sbatte la porta in modo provocatorio ecc.), L’insegnante può ignorare quanto sta avvenendo , preoccupandosi di continuare il lavoro, per non “rinforzare” il comportamento problematico. Non è detto che i risultati siano soddisfacenti, infatti Montuschi sottolinea che nel linguaggio educativo ciò che non è esplicitamente vietato rischia di essere autorizzato. A volte il comportamento problematico dell’allievo può essere una richiesta di attenzioni, per cui il fatto di ignorarlo induce l’allievo a persistere .

LA PREDICA

E’ uno degli interventi più usati , dianzi all’allievo che non studia, a quello che disturba. Si tratta di un intervento genitoriale volto a impartire regole e istruzioni. Montuschi mette in guardia dal rischio derivante dall’uso della predica all’intera classe, essa rischia di diventare più uno sfogo dell’educatore che un dialogo diretto a delle persone, in quanto l’anonimato fa sentire al riparo i singoli. La predica , sia che venga rivolta alla classe o al singolo, risulta poco efficace , perché invita ad un adattamento e non ad un cambiamento.

CRITICA E RIMPROVERO

La critica, il rimprovero , il richiamo diretto non sono interventi efficaci, perché si basano sull’addestramento dell’allievo e producono cambiamenti compiacenti provvisori e precari.

C’è poi il rischio che l’allievo organizzi le mosse successive di rivincita. Secondo Montuschi può anche essere che sentimento spiacevole derivante dalla critica provochi nell’alunno un ripensamento , ma può essere solo un modo per evitare la critica piuttosto che cambiare il suo comportamento.

PUNIZIONE

Ancora assai diffusa, anche se non necessariamente sotto forma di punizione fisica. Essendo un intervento volto a cancellare il disturbo, può portare a vantaggi tangibili: riprendere il lavoro interrotto, catturare l’attenzione, ripristinare il silenzio ecc.

Essa non si fonda sulla comprensione della situazione problematica e non interviene sul problema, per cui è un intervento banale, ripetitivo e poco efficace dal punto di vista educativo.

LA SOSPENSIONE

Si ricorre alla sospensione di solito per motivi di condotta, essa non risulta efficace come strategia di intervento, è improduttiva , non risolve il problema e interviene sulla manifestazione esterna del disagio. Oltre che banale, la sospensione ha la valenza di rinuncia a gestire la situazione da parte dell’insegnante e della scuola. Si di un intervento che equivale a gettare la spugna, a fuggire al problema, rinunciando a rispondere ai bisogni di un alunno attraverso interventi particolarmente qualificati.

Da quanto esaminato si comprende come tutti questi interventi siano inutili dal punto di vista educativo e sebbene il problema immediato a volte sembri risolto, il problema reale, sotteso non è nemmeno sfiorato. Si corre il rischio che a lungo andare l’allievo possa sentirsi indirettamene invitato a lasciare la scuola .

Le strategie improduttive prese in esame hanno una caratteristica in comune, si basano sull’aspetto esterno ed evidente del disagio con l’aspettativa che sparisca. di . Il rischio è quello considerare e di trattare la manifestazione del disagio come se fosse il disagio stesso ed intervenire per cancellarlo ed eliminarla. Bisogna studiare i sintomi per formulare una diagnosi , risalendo alle cause soggiacenti. Finchè non si comprenderà e agirà sul meccanismo che alimenta il sintomo esterno, gli interventi del docente potranno solo contenere temporaneamente il disagio. Alcuni disagi peggiorano assai se non vengono gestiti nei tempi e nei modi opportuni.

Xodo Antonella

Riferimenti bibliografici
G. Amenta , Gestire il disagio a scuola , da Scuola e Didattica, La Scuola , Brescia 2002
Montuschi: F. Competenza affettiva e apprendimento . Dalla alfabetizzazione affettiva alla pedagogia speciale, Brescia , La Scuola 1993
Di Pietro M. 1999, l’ABC delle mie emozioni, Trento,EricKson
Berne 1971, Analisi transazionale e psicoterapia , Roma , Astrolabio

Lettura consigliata:

Adesso Basta. Ascoltami!
Educare i ragazzi al rispetto delle regole

Dettagli
Prima che educatori il passo è riconoscersi maestri di vita impegnati a dar supporto alle nuove generazioni. Di fronte alla disobbedienza il punto non è aggirare le regole ma la comprensione del motivo per il quale non si ottiene obbedienza, l’ascolto disinteressato.

* Autore: Francesco Berto
* Editore: Edizioni la Meridiana
* Data pubblicazione: Marzo 2004
* Tipo: Libro
* Pagine: 119
* Formato: 21×25
* Stato: Disponibile in pronta consegna
* Categorie: Comunicazione, Guide per genitori ed educatori, Psicologia e salute, Salute dei bambini

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Mamma e Papà: mai più Schiaffi

schiaffo4Schiaffi ai bimbi vietati in 23 Stati

Corriere della Sera
Alessandra Muglia
16/12/2008

Proibiti anche per i genitori, come chiede l’Onu Ma in altri 89 Paesi sono permessi a casa e a scuola “No, non ce la faremo per il 2009”. Il countdown è partito da tempo, ma Paulo Sérgio Pinheiro è costretto a prendere atto che si allontana la fine delle sculacciate ai bambini permesse per legge. Incaricato dal segretario generale dell’Onu di preparare il rapporto sulle violenze contro i minori, nel 2006 era stato lui a fissare questo termine, che sarebbe caduto in concomitanza con il ventennale della Convenzione sui diritti dell’infanzia, l’anno prossimo. Ma convincere tutti gli Stati a vietare entro il 2009 ogni forma di correzione fisica verso i più piccoli—ceffoni di mamma e papà compresi — si è rivelata un’utopia.

«Purtroppo l’obiettivo è saltato — ammette Pinheiro al telefono da Asunción, Paraguay —.

Sono stati fatti passi avanti, ma non nella misura che speravamo».
Progressi monitorati dal nuovo rapporto internazionale «Iniziativa globale»: gli Stati che proibivano a chiunque (anche ai genitori) di mettere le mani addosso ai piccoli nel 2006 erano 16 e ora sono diventati 23 (18 europei) mentre a permettere bacchettate e altri «castighi correttivi» a scuola sono rimasti 89 Paesi (106, 3 anni fa).
Si procede dunque, ma più lentamente del previsto. A rallentare la corsa ci sono anche gli Stati Uniti, che non hanno ratificato la convenzione per i diritti dell’infanzia. Ancora oggi in 21 dei 50 Stati americani gli insegnanti possono alzare le mani: di solito colpiscono (dalle 3 alle 10 volte) il fondoschiena con il paddle, la tradizionale pala di legno piatta, lunga mezzo metro. Sono gli Stati centrali della Bible belt (la «cintura della Bibbia») americana, dove la gente s’ispira al «risparmia la verga e vizierai il bambino» (Proverbi 13-24).
schiaffo2«I più colpiti sono gli afroamericani: sono il 17% degli alunni ma quasi il 40% di quelli percossi», racconta Alice Farmer di Human Right Watch, snocciolando i risultati dell’ultimo studio sulle pene corporali nelle scuole Usa. I maschi le prendono più delle femmine, i bambini di campagna più di quelli di città. Nel complesso i piccoli americani percossi a scuola sono scesi di un terzo in pochi anni: da 300mila nel 2002-2003 a 200mila di oggi. Indice che le maniere forti tra i banchi sono comunque destinate a scomparire. Non è invece in discussione il diritto dei genitori a schiaffi e sculacciate, permessi in tutti e cinquanta gli States.
Di tutt’altro segno la situazione al di qua dell’Oceano. In Europa le bacchettate a scuola sono praticamente scomparse. Tra gli ultimi a bandirle, la Gran Bretagna. Ora nel Vecchio Continente la nuova sfida per le associazioni dei diritti dell’infanzia è proibire anche i ceffoni dei genitori.

schiaffoNel 1979 la Svezia è stata il primo Paese al mondo a vietarle.

Seguirono Finlandia (1983), Norvegia (1987), Austria (1989). Gli ultimi arrivati sono Spagna, Cile e Costa Rica. In totale 23 Paesi. Gli altri Stati continuano a considerare sberle e sculacciate sistemi educativi efficaci, non classificabili come punizioni corporali.

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«Se usate per il bene del bambino e non come reazioni scomposte alla frustrazione e alla rabbia, possono evitare danni ben maggiori» sostiene Peter Inson, ex insegnante a Londra, giornalista e scrittore di libri per adolescenti. Lui rivendica l’utilità dello scappellotto per marcare limiti invalicabili quando le parole non bastano. Si pensi, ad esempio, al piccolo che si ostina a scavalcare la ringhiera del balcone o che picchia un amichetto. «Le proposte di mettere fuorilegge gli scapaccioni —spiega —sono avventate e destinate a mandare in confusione i genitori».
Ma è proprio contro questa mentalità che combatte Pinheiro: «La cosa più sconcertante è constatare che anche nei Paesi democratici si continua ad avere un atteggiamento autoritario nei confronti dei figli. Se li picchi, dicono, è per raddrizzarli, è per il loro bene. Quello che non è più lecito sulle donne e ormai nemmeno sui cani, lo resta sui bambini».
Tra i 155 Stati che ammettono il ricorso al ceffone da parte dei genitori c’è l’Italia: una sentenza della Corte di Cassazione nel 1996 ha dichiarato illegittima ogni forma di punizione corporale ma la legge non c’è ancora. «Esiste un diritto familiare che è diverso da quello pubblico — osserva Valerio Neri, direttore di Save the Children Italia —. Che un ragazzo a scuola non vada educato a scapaccioni è accettato, mentre altra cosa è quel che è ammesso tra le mura domestiche. Che lo Stato possa proibire ai genitori di punire i figli viene considerata un’indebita intrusione».
schiaffo1Incalza Pinheiro: «A volte si ha l’impressione che il rispetto dei diritti umani si fermi di fronte alla porta di casa, e questo perché i bambini sono considerati proprietà dei loro genitori: un modo di pensare trasversale a culture e livelli sociali».
La legge britannica consente sculacciate moderate, ma non punizioni che procurino lividi, ferite e gonfiori. La proposta d’introdurre il divieto assoluto di «suonarle» ai bambini invece è stata respinta un anno fa quando da un’indagine di Downing Street è emerso che per molti genitori la disciplina si è deteriorata da quando il «bastone» è stato abolito.
«Il rimpianto verso castighi e pene corporali si spiega con il fatto che si toglie uno strumento di controllo senza sostituirlo con altri. Bisogna accompagnare il divieto con un training che insegni metodi alternativi», spiega Elda Moreno, responsabile della divisione diritti dei bambini del Consiglio d’Europa, promotore di una campagna contro le
punizioni corporali anche in ambito familiare.

«Il caso della Svezia è indicativo: quando le punizioni corporali sono state vietate 30 anni fa l’80% dei genitori era contrario; oggi, dopo molti anni di supporto a famiglie e insegnanti, solo il 5% di loro le ritiene accettabili».
Anche Jo Becker di Human Right Watch insiste su questo punto: «La Svezia è un caso riuscito perché al divieto ha unito un training, in Kenya invece non è successo: a 8 anni dal divieto le punizioni corporali sono ancora in voga».
Nel mirino ci sono i governi: «Non è una questione di criminalizzare i genitori, non vogliamo mandarli in galera perché danno una sculacciata ai figli — sintetizza Pinheiro — ma chiediamo che cambi la nozione di quello che è accettabile: gli Stati non si stanno impegnando abbastanza su questo».
Núcleo de Estudos da Violência – NEV – Universidade de São Paulo – USP
http://www.nevusp.org/portugues
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Produzido em: 20 December, 2008, 21:24


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