Bioarchitettura: GREEN BUILDING

VERSO LA NATURALITÀ DELL’EDIFICIO VERTICALE

Gli architetti Tiziano Lera e Stefano Parancola, cultori delle discipline della bio-architettura e del Feng shui coadiuvati da un team di professionisti (ingegneri, agronomi, botanici, geologi, geobiologi,…), stanno mettendo a punto un progetto pilota di edificio verticale ad impatto zero.

Primo nel suo genere, l’edificio di 80 piani, sarà un grande fiore che galleggia sull’acqua e celebrerà la sua danza dell’armonia, il suo matrimonio fra Cielo e Terra nella naturalezza, assorbendo dal cosmo le energie positive poichè avrà un’enorme fontana a lemniscata (dal greco lemnis = fiocco), che ionizzerà il sito e lo proteggerà creando un interscambio fra il micro e il macro alchemicamente perfetto. Sfrutterà la ventilazione naturale, tipo “ termitaio” con grandi pareti verdi per raffrescare, lemniscate (vasche d’acqua a forma di petalo) che rivitalizzano e ionizzano l’aria indoor.

Il sole captato dalle vetrate a sud riscalderà nei mesi invernali e verrà riflesso nei mesi estivi attraverso particolari sistemi di brisoleil (frangisole). L’utilizzo della psicologia del colore, la cromoterapia con la tecnologia a “ Led” in funzione del tempo atmosferico, lo studio di forme sinuose e dinamiche e l’inserimento di materiali sostenibili contribuiranno a rendere armonico, gioioso e vivibile l’intero edificio. Arte, musica e natura saranno i pilastri del progetto.

La gente verrà trasportata dal suono dell’acqua, dai profumi naturali rilasciati dalle piante e dai fiori, affascinata dal canto degli uccelli e dal volo delle farfalle, infine i colori (delle strutture, dei muri e dell’arredo) stimoleranno e calmeranno nei diversi spazi abitativi.

L’edificio verrà schermato da eventuali problemi di elettrosmog e campi radianti dal sottosuolo, invertendo la polarità del ferro (con picchetti polarizzatori) ed utilizzando l’acciaio austenitico per le sue proprietà amagnetiche.

Vento, acqua, vegetazione, radiazione solare, geotermia, energie rinnovabili (fotovoltaico, pannelli solari, vetrages…), studio attento del colore, utilizzo di materiali e tecnologie ecocompatibili e risparmio dell’acqua saranno i must del progetto pilota che verrà presentato il prossimo 5 – 6 ottobre a Hong Kong in occasione del Second International Conference on Scientific Feng shui & Built Environment.
Il Feng shui infatti, nasce in Cina più di 3.000 anni fa, ed ha caratterizzato con i suoi principi: città, monumenti, architetture, giardini ma di riflesso in definitiva le persone che vivono questi luoghi, ritrovando se stessi, ritrovando la città, ritrovando il futuro con un nuovo “qui e ora”.

Stefano Parancola


Un esempio significativo di edificio biosistemico in via di realizzazione
Hotel Versilia Holiday, Forte dei Marmi. arch. Tiziano. Lera ed alii
Prototipo di green building verticale a destra, campanula come ispirazione a sinistra
T. Lera – S. Parancola

Felicità

Felicità

Una condizione dell’essere

La felicità è uno stato d’animo, una condizione dell’essere. Quindi esistenza e felicità dovrebbero essere addirittura sinonimi.

Allora perché la maggior parte delle persone afferma di non esserlo? Cos’è che ci impedisce di sentirci felici? Paure, insicurezze, pensieri inquietanti sembrano mettere la felicità fuori dalla nostra portata. Ma non è così: la felicità dipende solo dai nostri procedimenti mentali, ovvero dall’uso che facciamo del nostro cervello.

Perché è lì e non nel mondo esterno che si gioca la partita tra felicità e infelicità.

Il cervello è uno strumento che possiamo utilizzare bene o che può ritorcersi contro di noi, partorire grandi cose ma anche produrre solo scarti. Gli scarti della mente cui finiamo per attaccarci, ritrovandoci puntualmente infelici.

Quando il nostro cervello non produce solo scarti, nessun ostacolo si frappone fra il pensiero unico e le sue realizzazioni, e le cose si concretizzano una dopo l’altra molto facilmente. Le realizziamo, le viviamo e andiamo oltre, liberando la mente da ogni ricordo, dubbio o attaccamento.

Solo così il cervello rimane sgombro, lucido, pronto a formulare nuovi progetti senza rimpianti e ad abbandonare ciò che ha già realizzato, evitando di continuare a girare in tondo avvitandosi su se stesso. Questa è la strada dove nasce la felicità.

Quando un monaco buddista costruisce un complesso mandala con la sabbia colorata, ci lavora per giorni con precisione e impegno, dedicandogli tutta la sua attenzione. Poi, quando l’ha terminato, senza alcuna esitazione lo distrugge soffiandoci sopra.

L’ha creato, era perfetto, se ne è liberato.

Per chi lo osserva dall’esterno questa operazione appare incomprensibile: era bellissimo, ha impiegato un sacco di tempo a realizzarlo perché non lo conserva? Perché è passato.

Se lo conservasse, finirebbe con l’ingombrargli la mente: comincerebbe a paragonare tra loro i vari disegni per scoprire sviluppare un mandala ideale, il più perfetto mai realizzato… aprendo le porte all’ansia e all’insoddisfazione.

Ognuno di noi dice: Sarò felice quando… quando avrò la macchina nuova, la casa più bella, la compagna o l’amante ideale, quando incontrerò quale gli è venuto meglio, a

chi mi capirà. E ancora, quando avrò più soldi, quando piacerò di più ai miei amici, quando sarò dimagrito, quando, quando…”.

Possiamo chiamare questo processo “distruzione della gli attaccamenti” o “stare nel presente”… ciò che conta è arrivare a una norma di vita quotidiana. Solo un cervello che opera in questo modo sarà in grado di renderci perfettamente felici, perché realizza ciò che abbiamo pensato e poi se ne libera per lasciare posto a un altro pensiero, senza produrre ristagni di scorie.

L’infelicità è data dalla mente che si perde nei meandri dell’inutile e gira a vuoto su se stessa come un motore lasciato in folle.

Noi siamo infelici perché non vogliamo accettare che la maggior parte delle cose che facciamo è già passata, come se fosse morta.

E anziché lasciarla andare per far spazio a qualcosa di nuovo facciamo di tutto per trattenerla, innescando una pericolosa spirale che ha come unico risultato quello di potenziare gli effetti dell’infelicità. Il pensiero infatti blocca l’azione.

Supponiamo che una persona sia convinta che per sen­tirsi più realizzata dovrebbe cambiare lavoro. Il cervello sa sempre come valorizzare la nostra creativi­tà, basterebbe seguire il suo suggerimento.

Ma poi entra in gioco la mente «Prima però devo pon­derare bene se ne vale la pena»

che intrappola il pro­getto nella sua rete di razionalizzazioni… «Chi mi ga­rantisce che dopo non sarà ancora peggio?». Inevitabilmente le razionalizzazioni innescano il dubbio «Se fallisco diventerò ridicolo» – che ci fa diventare insicuri, rendendoci schiavi del giudizio altrui. A questo punto scattano i falsi obiettivi: «Cambierò lavoro solo quando ne avrò uno superiore alla mia posizione attuale».

Prigioniera di un obiettivo, quella che doveva essere una nuova possibilità di autorealizzazione viene messa in attesa di soddisfazione… «Ripensandoci chi me lo fa fare, dopo tutto come dice il proverbio “chi lascia la strada vecchia per la nuova”… in fondo non sto così male». L’attesa ha reso l’idea ammuffita e l’idea creativa scaturita dal cer¬vello è stata abbandonata.

Dovremmo ricordarci che l’atmosfera desolata è qualcosa che creiamo noi continuamente, chiudendoci nei luoghi comuni, nelle trovato aspettative inutili, nella ricerca di ciò che non ci appartiene Stiamo male perché lottiamo con tutte le nostre forze contro ciò che siamo nel più intimo, contro le risorse che possediamo e che sono lì per farsi scoprire, per essere portate alla luce. Il cervello è stato creato per trasformare immediata­mente ogni impulso in una creazione, nella nascita di qualcosa di nuovo.

Dubbi, incertezze, ambizioni, falsi bisogni, le certezze a cui ci attacchiamo non sono altro che la morte del cervello, scarti che devono essere eliminati perché ostacolano la creatività e impediscono la trasformazione immediata delle idee in azioni, provocando infelicità.

Siamo così legati alle scorie del cervello e facciamo di tutto per tenercele in testa, senza renderci conto che stiamo accuratamente conservando immondizia.

Ridi per essere felice

La saggezza popolare l’ha sempre saputo: ridere fa bene, anzi fa benissimo perché, come dice il proverbio, «Il riso fa buon sangue». Per il buddismo Zen poi, quindici minuti di risate equivalgono a sei ore di meditazione. Del resto la capacità di ridere appartiene solo all’uomo, proprio come la coscienza.

Nessun altro essere vivente le possiede, il che dovrebbe indurci a riflettere sulle relazioni tra queste due facoltà. Il fatto è che l’effetto comico nasce da un’incongruenza, da uno scarto rispetto alla consuetudine, alla normalità, al prevedibile. La risata che ne deriva nasce quindi da una “frattura” del pensiero lineare, il pensiero dell’Io, che improvvisamente perde consistenza davanti all’irruzione di un elemento imprevisto.

In altre parole, la risata cambia i piani di riferimento della realtà, facendoci vedere le cose da una prospettiva diversa. Questo allarga la nostra coscienza, cambia l’atteggiamento mentale. La consueta mappa mentale che attraverso la routine della vita, i traumi e i dispiaceri si era formata in noi, viene dissolta dal comico; attraverso la risata, cambia colore, dimensione, suono.

Dopo Patch Adams, la terapia del riso si è diffusa un po’ ovunque nel mondo, come al “St. Joseph HospitaV di Houston, dove le suore raccontano barzellette ai pazienti o al “Marcus Mc Causland” in Sud Africa, dove viene proposta la comicoterapia con nastri video, audio, libri e spettacoli.

Perciò se vi sentite tristi oppure infelici, invece di prendere una pillola provate a ridere di gusto… vi sentirete più leggeri e, insieme al torace, anche la vostra visione del mondo si allargherà.

Alcuni scienziati poi hanno scoperto che i muscoli messi in gioco per assumere un’espressione triste o corrucciata, sono molto più numerosi di quelli necessari per farsi una bella risata. Per sua natura quindi, l’uomo sarebbe più portato a ridere che a essere crucciato.

Tutti noi, infatti, nasciamo con una naturale tendenza all’allegria, al gioco e alla felicità: basta guardare un bambino piccolo per convincersene – tutto lo diverte, tutto lo fa ridere e osservandolo siamo irresistibilmente spinti a sorridere con lui.

Tuttavia, più diventiamo adulti, più questa naturale inclinazione si offusca, per essere sostituita dall’ansia, dalla depressione e dalla paura… fino a rinchiuderci in una gabbia di infelicità.

Eppure basterebbe fare appello alla nostra capacità unica di ridere per romperne le sbarre… e la saggia intuizione dei proverbi sul riso ha ormai trovato ampie conferme scientifiche. iniziativa a fornire risultati.

Il primo a sperimentare le qualità curative del ridere, sul piano fisico come su quello psicologico, è stato Hun ter Adams, un medico americano divenuto famoso con il nome di “Patch” Adams, considerato l’inventore della comicoterapia.

Patch decise di diventare medico quando, ancora adolescente, venne ricoverato in un istituto per malattie mentali perché soffriva di crisi depressive, ma frequentando l’università si rese conto ben presto che gli studenti erano sistematicamente incoraggiati a mantenersi distaccati dai propri pazienti, a concentrarsi solo sulla loro malattia.

Dopo la laurea fondò quindi una clinica privata, il “Cesundheit Institute”, in cui mise in pratica un metodo rivoluzionario di approccio al malato: «Ho sempre pensato che fosse strano e triste il fatto che le persone non abbiano alcun problema a comportarsi in modo rabbioso o burbero, ma che siano imbarazzate dal dover mo strare sentimenti positivi… sappiamo tutti quanto sia importante l’amore, eppure, con quale frequenza viene provato o manifestato veramente? 1 mali che affliggono la maggior parte dei malati, come la sofferenza, la noia e la paura, non possono essere curati con una pillola».

Così scrive Patch in un suo libro, illustrando i motivi delle sue strane prescrizioni umoristiche, dei travestimenti da clown o da gorilla, delle stanze piene di palloncini o di una vasca da bagno colma di tagliatelle: tutto per strappare un sorriso, per instaurare un contatto emotivo con un paziente e rompere il suo schema mentale di “malato” facendolo scoppiare in una risata.

All’inizio la sua clinica poco ortodossa suscitò una certa resistenza nell’opinione pubblica, ma col tempo sia i media che gli ambienti medici hanno cominciato a prestargli una grande attenzione e le ricerche nate dalla sua

Di recente, per esempio, una ricerca scientifica presentata all’ “American College of Cardiology” di Orlando, in Florida, ha confermato che ridere fa bene al cuore. Anzi, la risata è un vero e proprio farmaco: una somministrazione di quindici minuti al giorno migliora la circolazione del sangue e previene le malattie cardiovascolari. E senza alcun effetto collaterale!

Inoltre una risata ristruttura l’intero organismo: oltre all’effetto rilassante generale, allarga il torace e il respiro, facilita la digestione e ha anche un importante effetto antidolorifico.

In più, ridere stimola il sistema neuroendocrino a rilasciare beta-endorfine, neurotrasmettitori che innalzano il tono del sistema immunitario.

È ormai accertato, infatti, che molti problemi di salute sono collegati allo stress, alle emozioni negative, alla depressione, alla paura.

La felicità è lì, nell’Essere, senza il ricordo di avvenimenti e immagini del passato che il filtro della memoria ha deformato.

Solo così puoi essere davvero spensierato.

Il segreto della felicità sta in piccole cose: nell’imparare a vivere l’istante, nell’essere aperti alla vita, indipendenti dagli altri ecc. La felicità si presenta soprattutto nell’azione, quando non lasciamo posto ai pensieri, alle rimuginazioni.

Vediamo qui di seguito alcuni semplici atteggiamenti che ci aiuteranno a essere più felici.

  • Agisci rapidamente

È importante tradurre ogni idea in azione, per impedire che il pensiero si ripieghi su se stesso e si fossilizzi.

  • Scelte aperte

Lascia che in te coesistano sempre due stati opposti.

Se non ti imponi una scelta a tutti costi, scoprirai che possono accaderti cose non previste, presentarsi possi¬bilità che non conoscevi.

  • Rinasci ogni giorno

Ogni mattina, quando ti svegli, prova a pensare che sei rinato bambino.

Come capita spesso alle donne che, dopo aver tentato inutilmente per anni di avere un figlio, rimangono incinte quando smettono di pensarci…

  • Risolvere un problema a tutti i costi

Quando ti accor¬gi che stai forzando fermati. La soluzione del proble¬ma potrebbe stare dietro un’altra porta.

  • Giudicare

Non dire questo è giusto, questo è sbaglia¬to… Limitati a guardare la realtà come se fosse un film a cui assistiti. Accogli il dolore ma non giudicarti.

  • Rimuginare sul passato

Rimuginare continuamente su rimpianti e rancori intasa il cervello e ci priva della possibilità di desiderare qualcosa di nuovo, di vivere il presente e di essere felici. Se ci fissiamo al passato e alla nostra storia non riusciamo ad andare oltre. Ma il passato non esiste più, la storia appartiene a un tempo su cui non abbiamo più alcun potere.

(Tratto da il Dizionario della felicità – RIZA – Raffaele Morelli)

Il Passato

Con il termine “passato” ci si riferisce a ciò che è trascorso nel tempo, anteriore al tempo attuale. Ma anche a ciò che ha superato un certo limite, che è andato a male o che ha superato la fase della maturità.

Le pesanti eredità del passato

La maggior parte dei nostri disagi è originata da un’insana relazione con il passato. Per la maggior parte di noi, infatti, il passato è inteso come la sostanza dell’ essere, come se ogni uomo fosse soprattutto il risultato della sua esperienza. Questa premessa conferisce al passato un potere supremo: esso infatti condiziona il presente dando origine a situazioni ed emozioni che ci allontanano dalla felicità. Vediamole qui di seguito elencate.

–         Il confronto con ciò che siamo stati: il ricordo spesso edulcora il passato, facendoci sentire perdenti rispetto a qualità che un tempo ci riconoscevamo e ora non ritroviamo più in noi.

–         La paura di sbagliare: vivere l’esperienza di oggi alla luce di quella di ieri fa aumentare il timore di commettere gli stessi errori e ci induce a ritrovare somiglianze con il passato che distolgono dalla novità di ciò che ci sta accadendo ora.

–         Il desiderio di rivalsa o di riscatto: trattare le opportunità presenti come occasioni per pareggiare i conti con le sconfitte subite in passato, porta a vivere “per reazione”, innescando una catena di automatismi che ci vincolano a filo doppio alle vecchie sofferenze.

–         I sensi di colpa: sono tra gli effetti collaterali più negativi dell’incapacità di chiudere con il passato, capaci di inquinare con la loro presenza ingombrante il benessere di oggi. – Il rimpianto: la sensazione di aver perduto occasioni importanti ci fa dimenticare che, in quel momento, non avevamo la consapevolezza necessaria per coglierne il valore, e ci porta a svalutare il presente.

–         La nostalgia: la distanza ci fa enfatizzare ciò che non c’è più e ci fa dimenticare che persino le nostre “radici” sono un’abitudine mentale; per ritrovarle non è necessario ricreare l’atmosfera del “come eravamo”, ma ci basta farle rivivere dentro di noi adesso.

–         I bilanci: altra cattiva tentazione cui il passato ci induce, nel tentativo di fare chiarezza nel “dare” e “avere” della nostra esistenza. Sperimentiamo, nell’effetto depressivo che creano, che la contabilità si addice non alla vita, ma alle cose morte.

–         I propositi: sono i figli naturali dei bilanci e sono mortiferi e inutili, i primi quanto i secondi. Sappiamo già, mentre ce li ripetiamo, che non riusciremo a esaudirli e questo ci carica di senso di inadeguatezza e di sconfitta.

–         I tentativi di recupero: le diserzioni da ruoli, responsabilità, anche svaghi che non abbiamo adempiuto fino in fondo in passato, ci spingono oggi a riempire quei vuoti con azioni compensative. Ma il tempo del recupero non esiste, e ogni esperienza vissuta fuori-tempo non è mai foriera di benessere.

–         Il rimorso: è lo strascico più bruciante del senso di colpa, che rimorde dentro eternizzando il dolore di chi non riesce o non vuole perdonarsi.

II passato è… la mente

Lasciarsi invadere dal passato, non solo da quello che è suc­cesso davvero, ma da tutti i modi in cui vorremmo correg­gerlo, è l’atteggiamento che ci predispone al malessere, alla depressione, alla rassegnazione.

Perché il pedaggio altissimo che il passato ci chiede è di vi­vere in un tempo che, di fatto, non esiste più, se non nelle proiezioni della nostra mente che ci tiranneggia distraen­doci dal presente, l’unico tempo reale.

Il passato, felice o infelice che sia, è infatti sempre fonte di malessere: se felice ci manca; se infelice, ci frustra. Questo accade perché, mentre il presente è il luogo delle emozioni, che si bruciano e si rinnovano istante per istante, senza intaccare il nucleo profondo, il passato è il regno dei pensieri, che invece si incrostano, si cristallizzano, si invi­schiano al nostro essere, fino a farci credere di esserne la so­stanza integrante.

In tal senso il passato è la mente. Più siamo legati al passato, più siamo schiavizzati dai circoli viziosi della mente.

La felicità è liberarsi dal passato

La nostra memoria è oppressa dal senso del passato. L’at­taccamento ai ricordi, a un oggetto, a una foto, a un’espe­rienza, testimonia l’aggrapparsi a ciò che è stato per evita­re di guardare da vicino la solitudine o il vuoto di senso di un’esistenza in cui non ci riconosciamo.

Frasi come: «Ascolta la voce dell’esperienza» o «Fidati di chi è più vecchio di te», poggiano sul presupposto erro­neo che la consapevolezza sia la facoltà che si accumula semplicemente vivendo giorno dopo giorno, e non, come invece accade, grazie a una particolare illuminazione o stando all’erta, in uno stato di vigilanza ininterrotta su ciò che è. Vivere il presente significa veder scomparire il tempo inteso come ostacolo: non appena si toglie di

mezzo, non ci sentiamo più schiacciati dall’onere del pas­sato e dai suoi conti sospesi.

Quello che è decisivo è la nostra presenza nelle cose: il passato che incombe è in tal senso il segnale più evidente della nostra assenza. Solo quando siamo totalmente con­segnati all’istante comprendiamo che il mondo si sta creando adesso, e noi con lui.

(tratto da “Dizionario della felicità” – Riza – Raffaele Morelli)


Una MENTE ESTESA

di Rupert Sheldrake

Dov’è localizzata la nostra mente? Ci hanno insegnato a credere che sia dentro la nostra testa, che l’attività mentale non sia altro che attività cerebrale. Alcune prove sperimentali descritte in quest’articolo suggeriscono che la nostra mente si estenda ben oltre il cervello; estendendosi attraverso dei campi che ci collegano al nostro ambiente e gli uni agli altri. Se la nostra mente si protrae oltre il nostro cervello, proprio come sembra fare, e si connette con altre menti, proprio come sembra fare, allora fenomeni come la telepatia e la sensazione di essere osservati sembrano normali e non paranormali come si continua a definirli

I campi mentali sono radicati nel cervello, proprio come i campi magnetici che circondano un magnete sono radicati nel magnete stesso, o come i campi di trasmissione attorno ai telefoni cellulari sono radicati nel telefono e nella sua attività elettrica interna. I campi mentali inoltre si estendono attorno al cervello allo stesso modo in cui i campi magnetici si estendono attorno ai magneti, ed i campi elettromagnetici attorno ai telefoni cellulari.

I campi mentali ci aiutano a spiegare la telepatia, la sensazione di essere osservati ed altre capacità molto diffuse ma tuttora prive di spegazione. Soprattutto, i campi mentali sono alla base della normale percezione quale parte essenziale della vista.

Immagini Fuori della nostra Testa

Guardatevi attorno. Le immagini che vedete sono dentro al vostro cervello? O sono al di fuori di voi – proprio dove sembrano essere?

Secondo la teoria convenzionale, c’è un processo a senso unico: la luce entra, ma niente è proiettato all’esterno. Il movimento verso l’interno della luce è abbastanza familiare. Se guardate questa pagina, la luce riflessa si muove dalla pagina attraverso il campo elettromagnetico dentro ai vostri occhi. Le lenti dei vostri occhi focalizzano la luce per formare immagini capovolte sulla retina. Questa luce che cade sui bastoncelli e sui coni della retina provoca dei cambiamenti elettrici al loro interno, che danno luogo a cambiamenti caratteristici nei nervi della retina stessa. Gli impulsi nervosi si muovono lungo i nervi ottici fino al cervello, dove provocano forme complesse di attività elettrica e chimica. Fin qui, tutto bene. Tutti questi processi possono essere, e sono stati, studiati in dettaglio da neurofisiologi ed altri esperti della vista e dell’attività cerebrale.

Poi succede qualcosa di molto misterioso. Si fa esperienza consapevole di quello che si sta guardando, la pagina che vi sta di fronte. Si diventa consapevoli anche delle parole stampate e del loro significato. Dal punto di vista della teoria standard, non c’è alcun motivo per cui si dovrebbe esserne consapevoli. I meccanismi cerebrali dovrebbero procedere bene lo stesso senza la consapevolezza.

Ne consegue un altro problema. Quando vedete questa pagina, non sperimentate la vostra immagine di essa come fosse dentro al cervello, dove dovrebbe essere. Sperimentate invece la sua immagine a circa sessanta centimetri di fronte a voi. L’immagine è fuori dal vostro corpo.

La teoria standard, nonostante tutta la sua fisiologica sofisticazione, non ha alcuna spiegazione per la vostra esperienza più immediata e diretta. Tutta la vostra esperienza dovrebbe essere dentro al cervello, una specie di reality show virtuale dentro la vostra testa. Questo significa che il vostro cranio deve trovarsi al di là di qualsiasi cosa che state vedendo: se state guardando il cielo, il vostro cranio deve essere oltre il cielo! Per quanto appaia un’idea assurda, sembra essere un’implicazione necessaria della teoria mente-nel-cervello.

L’idea che propongo è così semplice che è difficile da cogliere. La vostra immagine di questa pagina è esattamente dove sembra essere, di fronte ai vostri occhi, non dietro. Non è dentro al vostro cervello, ma fuori.

Così la visione implica sia un movimento della luce verso l’interno, sia una proiezione all’esterno di immagini. Attraverso i campi mentali la nostra mente si protende per toccare quello che stiamo guardando. Se guardiamo una montagna a dieci miglia di distanza, la nostra mente si protende per dieci miglia. Se guardiamo le stelle lontane, le nostre menti si protendono nei cieli, letteralmente per distanze astronomiche.

La Sensazione di Essere Osservati

A volte quando guardo qualcuno da dietro, lui o lei si volta e guarda dritto verso di me. E talvolta mi volto all’improvviso per scoprire che qualcuno mi sta fissando. Le statistiche dimostrano che oltre il 90% delle persone hanno avuto esperienze come queste. La sensazione di essere osservati non dovrebbe avvenire se l’attenzione è tutta dentro la testa. Ma se si protende all’infuori e ci collega a quello che stiamo guardando, allora il nostro guardare potrebbe avere un effetto su quello che guardiamo. È solamente un’illusione, o esiste veramente la sensazione di essere osservati?

Questa questione può essere esplorata con esperimenti semplici e poco costosi. Si lavora a coppie. Una persona, il soggetto, si siede voltando la schiena all’altro, indossando una benda. L’altra persona, l’osservatore, si siede dietro al soggetto, e in una serie casuale di esperimenti guarda o il collo del soggetto, o distoglie lo sguardo e pensa a qualcos’altro. L’inizio di ciascun esperimento è segnalato da un clic o da un bip meccanico. Ogni esperimento dura circa dieci secondi ed il soggetto indovina dicendo “guarda” o “non guarda”.

Finora sono stati fatti più di 100.000 esperimenti, ed i risultati sono notevolmente positivi ed altamente significativi statisticamente, con probabilità che sia casuale di quadrilioni a uno. La sensazione di essere osservati funziona anche quando si guarda la gente attraverso una TV a circuito chiuso. Anche gli animali sono sensibili all’essere osservati dalle persone, e le persone dagli animali. Questa sensibilità agli sguardi sembra molto diffusa nel regno animale e potrebbe essersi evoluta nel contesto delle relazioni predatore-preda: un animale che si fosse accorto quando un predatore nascosto lo stesse osservando avrebbe avuto una probabilità migliore di sopravvivere di un animale senza questo senso.

Telepatia

Le persone istruite sono state educate a credere che la telepatia non esista. Alla stregua di altri cosiddetti fenomeni psichici, la telepatia è respinta come un’ illusione. La maggior parte delle persone che aderiscono a queste opinioni, cosa che facevo anch’io, non lo fanno sulle basi di un attento esame delle prove. Lo fanno perché c’è un tabù sul considerare seriamente la telepatia. Questo tabù è correlato al paradigma prevalente o modello della realtà nella scienza istituzionale, cioè alla teoria della mente-dentro-il-cervello, secondo la quale la telepatia ed altri fenomeni psichici, che sembrano implicare misteriose specie di ‘azioni a distanza’, non possono assolutamente esistere.

Questo tabù risale come minimo all’Illuminismo, alla fine del diciottesimo secolo. Ma questo non è luogo per esaminarne la sua storia (che esamino in The Sense of Being Stared at (>>>La mente estesa)). Piuttosto voglio riassumere alcuni esperimenti, che suggeriscono che la telepatia non solo esiste, ma che è una parte usuale della comunicazione animale.

Animali Domestici Psichici

Mi sono inizialmente interessato al soggetto della telepatia circa quindici anni fa, e cominciai a cercarne delle prove negli animali che conosciamo meglio, cioè gli animali domestici. Presto iniziai a trovare numerose storie di proprietari di cani, gatti, pappagalli, cavalli ed altri animali che insinuavano che questi animali sembravano capaci di leggere la loro mente e le loro intenzioni.

Attraverso annunci al pubblico mi sono costruito un’ampia banca dati di questo tipo di storie, al momento contenente oltre 3.500 casi. Queste storie si suddividono in varie categorie. Ad esempio, molti proprietari di gatti affermano che il loro animale sembra intuire quando hanno intenzione di portarlo dal veterinario, ancora prima che abbiano tirato fuori la gabbietta o manifestato qualsiasi apparente indizio della loro intenzione. Alcuni sostengono che i loro cani sanno quando li porteranno a fare una passeggiata, anche quando sono in un’altra stanza, senza essere visti o sentiti, e quando la persona sta solamente pensando di portarli a fare una passeggiata. Certamente, nessuno pensa che questo comportamento sia sorprendente se succede in un orario di routine, o se i cani vedono la persona che si prepara ad uscire, o sentono la parola “andiamo”. Deducono che sia telepatico perché sembra succedere in assenza di tali indizi.

Una delle affermazioni più comuni e più testabili sui cani e sui gatti è che sanno quando i loro proprietari stanno tornando a casa, in alcuni casi anticipando il loro ritorno di dieci minuti o più. Nelle statistiche di famiglie scelte a caso in Gran Bretagna e in America, i miei colleghi ed io abbiamo trovato che circa il 50% di proprietari di cani ed il 30% di proprietari di gatti credono che i loro animali anticipino l’arrivo di un membro della famiglia. Attraverso centinaia di esperimenti videoregistrati, i miei colleghi ed io abbiamo dimostrato che i cani reagiscono alle intenzioni dei loro proprietari di tornare a casa anche se sono distanti parecchie miglia, anche quando ritornano ad orari casuali, ed anche quando viaggiano con veicoli insoliti come i taxi. La telepatia sembra la sola ipotesi che possa rendere conto dei fatti.

Telepatia Telefonica

Nel corso della mia ricerca sui poteri senza spegazioni degli animali, ho sentito di molti cani e gatti che sembravano anticipare le chiamate telefoniche da parte dei loro padroni. Ad esempio, quando il telefono squilla nella famiglia di un noto professore dell’Università di California a Berkeley, sua moglie sa quando suo marito è dall’altra parte del telefono perché Whiskins, il loro gatto argentato, corre al telefono e raspa il ricevitore con le zampe. «Molte volte riesce a staccare la cornetta ed emette miagolii di apprezzamento che sono chiaramente udibili da mio marito all’altro capo – afferma – Se qualcun altro telefona, Whiskins non ci fa caso». Il gatto risponde anche quando telefona da viaggi sul campo in Africa o Sud America.

Questo mi ha portato a riflettere che io stesso ho avuto tale esperienza, in quanto, senza alcun apparente motivo, avevo pensato a delle persone che poco dopo hanno chiamato. Ho chiesto alla mia famiglia e agli amici se avevano mai avuto questo tipo di esperienza, e presto ho scoperto che la maggior parte la conosceva molto bene. Alcuni dissero che sapevano quando la loro madre o il fidanzato o un’altra persona significativa stava chiamando perché il telefono aveva un suono diverso!

I miei colleghi ed io abbiamo scoperto, attraverso sondaggi approfonditi, che la maggior parte della gente ha apparentemente avuto esperienze telepatiche con le telefonate. Questo è in realtà il tipo più comune di telepatia apparente nel mondo moderno.

È tutta una questione di coincidenza, e memoria selettiva, dove la gente si ricorda solo quando qualcuno a cui stavano pensando ha telefonato, e dimentica tutte le volte che si sono sbagliati? La maggior parte degli scettici presume che questo sia il caso, ma fino a poco tempo fa non c’era mai stata alcuna ricerca scientifica sull’argomento.

Ho messo a punto un semplice esperimento per testare la telepatia telefonica. I partecipanti ricevono una chiamata da quattro diverse persone ad un’ora prestabilita, ed essi stessi scelgono le persone che chiamano, di solito amici intimi o membri della famiglia. Per ciascun test, la persona che chiama è scelta a caso dallo sperimentatore gettando un dado. Il partecipante deve dire chi è che chiama prima che la persona parli. Se la gente stesse solamente indovinando, dovrebbero essere esatti una volta su quattro, o il 25% delle volte.

Abbiamo sinora eseguito più di 800 prove di questo tipo, e la percentuale media di successo è del 42%, molto significativamente al disopra del livello casuale del 25% con astronomiche probabilità contro la casualità (10 a 1).

Abbiamo anche effettuato una serie di prove in cui due dei quattro chiamanti erano familiari, mentre gli altri due erano estranei, i cui nomi erano noti ai partecipanti, ma che non avevano mai incontrato. Con i chiamanti familiari, la percentuale di successo fu del 56%, altamente significativa statisticamente. Con gli estranei fu al livello della casualità, in accordo con l’osservazione che la telepatia tipicamente si manifesta tra gente che condivide legami emotivi o sociali.

Inoltre, abbiamo trovato che questi effetti non diminuiscono con la distanza. Alcuni dei nostri partecipanti erano dall’Australia o dalla Nuova Zelanda, ed essi potevano ugualmente identificare chi stava chiamando sia che fosse dall’altro capo del mondo o solo ad alcune miglia di distanza.

Menti Estese

Gli studi di laboratorio di parapsicologi hanno già dato prove statisticamente significative per la telepatia. Ma la maggior parte delle ricerche di laboratorio ha prodotto effetti piuttosto deboli, probabilmente perché la maggior parte dei partecipanti e “trasmittenti” erano estranei gli uni agli altri, e la telepatia normalmente dipende dai legami sociali.

I risultati degli esperimenti sulla telepatia telefonica danno effetti più marcati e più ripetibili perché coinvolgono persone che si conoscono bene. Ho anche scoperto che ci sono sorprendenti legami telepatici tra le madri che allattano ed i loro bambini. Ugualmente, le reazioni telepatiche degli animali domestici ai loro proprietari dipendono da forti legami sociali.

Voglio dire che questi legami sono aspetti dei campi che collegano assieme membri di gruppi sociali (che definisco campi morfici) e che agiscono da canali per il trasferimento di informazioni tra membri separati del gruppo. Telepatia letteralmente significa “sentire da lontano”, e tipicamente implica la comunicazione di bisogni, intenzioni e pericolo. A volte le reazioni telepatiche sono sperimentate come sensazioni, talvolta come visioni o il sentire delle voci, e talvolta nei sogni. Molte persone ed animali domestici hanno reagito quando coloro ai quali erano legati hanno avuto un incidente, o stavano morendo, anche se questo succede a molte miglia di distanza.

C’è un’analogia di questo processo nella fisica quantistica: se due particelle sono state parte dello stesso sistema quantistico e sono separate nello spazio, queste mantengono una misteriosa connessione. Quando Einstein si rese conto per la prima volta di questa implicazione della teoria quantistica, pensò che quest’ultima fosse sbagliata perché implicava quello che chiamava una “sconcertante azione a distanza”.

Gli esperimenti hanno dimostrato che la teoria quantistica ha ragione e che Einstein ha torto. Un cambiamento in una parte separata di un sistema può avere un effetto sull’altro istantaneamente. Questo fenomeno è conosciuto come non-località o non-separabilità quantistica.

La telepatia, come la sensazione di essere osservati, è paranormale solo se definiamo come “normale” la teoria che la mente è ristretta al cervello. Ma se la nostra mente si protrae oltre il nostro cervello, proprio come sembra fare, e si connette con altre menti, proprio come sembra fare, allora fenomeni come la telepatia e la sensazione di essere osservati sembrano normali. Non sono affatto sconcertanti e strani, ai margini della psicologia umana anormale, ma sono parte della nostra natura biologica.

Certo, non sto dicendo che il cervello sia irrilevante per la nostra comprensione della mente. È molto rilevante, e recenti progressi nella ricerca sul cervello hanno molto da dirci. La nostra mente è centrata nel corpo, e nel nostro cervello in particolare. Però, non è limitata al nostro cervello, ma si estende ben oltre. Questa estensione avviene attraverso i campi della mente, o campi mentali, che esistono sia all’interno che oltre il cervello stesso.

L’idea della mente estesa dà più senso alla nostra esperienza rispetto alla teoria della mente-nel-cervello. Soprattutto, ci libera. Non siamo più imprigionati entro il limitato raggio del nostro cranio, le nostre menti separate ed isolate le une dalle altre. Non siamo più alienati dai nostri corpi, dal nostro ambiente e dalle altre persone. Siamo interconnessi.

Per gli ultimi esperimenti su quello che fu definito in modo critico da Einstein “uno troppo sconcertante fenomeno a distanza” (per essere vero – aggiungo io) >>>ecco il link. Si comincia ad ammettere ufficialmente che questo potrebbe essere uno dei rari casi (finché non scopriremo gli altri… ) in cui Einstein ha avuto torto. E il fenomeno dell’entanglement trova ulteriore conferma

Rupert Sheldrake è un biologo di fama mondiale e autore di molte pubblicazioni. Tra le sue ricerche fondamentali si pone quella su i campi morfici o morfogenetici. Membro dell’Istituto di Scienze Noetiche, vicino a San Francisco, vive a Londra. Il suo sito web è http://www.sheldrake.org (l’articolo sopra è stato pubblicato su gentile concessione di Rupert Shaldrake). Su questo stesso sito si trovano istruzioni dettagliate su i vari esperimenti “dell’essere osservati”.

Approfondimenti

Rupert Shaldrake – I poteri straordinari degli animali. Mondadori, Milano, 2000.
– Dean Radin – The Conscious Universe (N.d.T.: L’Universo Cosciente), Harper, San Francisco, 1997) (vedi bookshop se esiste versione italiana) Altre pubblicazioni dell’autore in lingua italiana
La rinascita della natura . Corbaccio, Milano, 1993
Sette esperimenti per cambiare il mondo, Corbaccio, Milano, 1995.
L’ipotesi della causalità formativa. Red, Como, 1998

fonte: Scienza & Conoscenza

da Andrea

Gli Scherzi della Mente: La vita è così…

Gli Scherzi della Mente:

La vita è così…

del venerabile Ajahn Sumedho

Ass. Santacittarama, 2008.

Traduzione di Federico Petrangeli


Testo adattato di un discorso pronunciato il 18 aprile 1999 presso lo Spirit Rock Meditation Centre (USA).

Prima di diventare monaco facevo l’insegnante di inglese a Bangkok. Era il 1966 e in Thailandia c’erano molte basi militari dell’aviazione americana. Uno degli insegnanti della scuola di lingue era un aviatore americano. Una volta, quando tornò dopo un’assenza di circa una settimana, gli chiesi dove fosse stato. Mi rispose: “Sono stato in un posto del nord-est della Thailandia dove la gente è così povera che mangia gli insetti”. Pensai: “Io non ci andrò mai”. Mi vedevo piuttosto come un monaco seduto in samadhi sulla spiaggia, sotto una palma, oppure in una caverna tra montagne incantevoli, impegnato nella realizzazione della verità. Ovviamente sono finito a fare il monaco nel nordest della Thailandia per dieci anni, ed è vero, laggiù mangiano insetti.

Il primo anno in monastero lo passai da solo, in una piccolo capanna. Non scambiavo praticamente parola con nessuno, meditavo soltanto. Riuscivo a seguire piuttosto bene i miei programmi. Essendo americano, alto e corpulento, mi bastava gonfiare il petto e assumere un’espressione fiera per ottenere tutto quello che volevo. Durante quell’anno arrivai a rendermi conto che ero diventato molto arrogante, con quel tipo di carattere che ha bisogno di avere dei limiti. Ero sempre stato una persona molto indipendente; ora avevo bisogno di imparare a obbedire e a far parte di una comunità. Avevo bisogno di un insegnante che non si rassegnasse al mio carattere.

Per caso un monaco del monastero di Ajahn Chah, l’unico che sapeva l’inglese, visitò il monastero dove vivevo. E finì che mi portò con sé, a conoscere Ajahn Chah. L’idea di vivere nella tradizione tailandese della Foresta mi ispirava molto, così decisi di rimanere. All’inizio ero affascinato dalla vita nel monastero e mi sentivo molto ispirato, ma ben presto iniziarono le difficoltà. La luna di miele finì, e la vecchia mente giudicante riprese il sopravvento. Prese a fare molto caldo, iniziò la stagione del monsone, e tutto diventò fradicio e maleodorante. Così cominciai ad odiare quel posto. Ricordo che sedevo pensando: “Perché sono qui?”.

Ajahn Chah amava testare la resistenza della nostra pazienza fino al punto in cui non pensavamo che ce l’avremmo fatta a resistere un altro minuto. Per me era diventato una specie di koan. Sentivo la mia voce ripetere: “Non ce la faccio più… Ne ho abbastanza. Questa è la FINE!”.

Poi ho scoperto che potevo resistere ancora. Cominciai a non fidarmi più di questo lamento isterico interiore, che dentro di me diceva continuamente: “Sono stufo, non ce la faccio più“. Da questo punto di vista lo stato monastico e le condizioni di vita che impone mi furono di grande aiuto.

Ma c’erano anche un sacco di abitudini che resistevano alla vita monastica. Essendo americano, cresciuto con un ideale di vita di libertà e di uguaglianza, mi sentivo incredibilmente frustrato, soffocato da quel sistema. Vivevo in una struttura gerarchica fondata sull’anzianità. Ed essendo il monaco più giovane, dovevo svolgere una serie di compiti per i monaci più anziani. Imparare ad accettare questi doveri e a prendere interesse al loro svolgimento fu per me una grossa sfida. C’era la parte egoista di me che avrebbe voluto vivere la vita monastica nei suoi propri termini. Avrei voluto decidere di svolgere determinati compiti solo se lo avessi ritenuto utile per me; ma nella maggior parte dei casi non era così. Sentivo dentro di me una specie di resistenza e un sentimento di ribellione.

Nello stesso tempo, c’era una continuo incoraggiamento a prendere reale coscienza di quello che stavo provando: la resistenza, la ribellione, l’atteggiamento di critica. Erano emozioni che emergevano e che potevano essere osservate durante la meditazione. Divenni consapevole della mia ostinazione, di un’immaturità che mi faceva brontolare e lamentarmi se le cose non andavano come volevo. L’enfasi era sul coltivare la consapevolezza di quello che stavo provando, così fu un periodo piuttosto interessante. Non ero certo spinto al conformismo, come se fosse un campo militare. Nessuno mi costringeva a stare in quel luogo, ero stato io a scegliere di vivere lì. Il mio impegno era di adeguarmi alla disciplina, di arrendermi alla vita monastica.

Adattarmi ad una vita monastica così rigida e tradizionalista includeva imparare a mangiare cibo che non amavo particolarmente. La gente del villaggio poteva portare piatti piccanti di curry con pollo, con pesce o con rane. E magari Ajahn Chah rovesciava tutto in un catino e mischiava. Era terribile. Oppure poteva capitare che per il nostro pasto le monache raccogliessero qualcosa nel bosco, ad esempio delle foglie. Ricordo che scrivevo a mia madre: “Vado avanti mangiando foglie”. E lei mi rispondeva con lettere molto preoccupate.

All’inizio non riuscivo a mangiare. Solo vedere il cibo mi faceva star male. Per fortuna eravamo nella stagione dei manghi, e c’erano grandi vassoi di manghi. Così riuscii ad andare avanti un mese intero nutrendomi di manghi e riso glutinoso. Ma poi la stagione dei manghi finì e io ripresi a dimagrire a vista d’occhio. Alla fine cominciai ad imparare come mangiare. E’ incredibile come possiamo adattarci bene. Incominciai a pensare che se ero in grado di mangiare quel cibo, sarei stato capace di vivere dovunque. In nessun posto il cibo sarebbe potuto essere peggiore di quello.

Qualche volta capitava che noi monaci andassimo tutti in città, nel retro di un grande carro. Poi si camminava per un giro di questua con Ajahn Chah. Era davvero una bella esperienza. Stavano tutti al bordo della strada principale, la gente aveva ogni tipo di cibo e lo versava nelle nostre ciotole. Quando le ciotole erano piene, qualcuno veniva con un grande cesto, noi versavamo il cibo nel cesto e andavamo avanti. Quando tornavamo al monastero, potevamo scegliere cosa mangiare tra quello che era rimasto nelle nostre ciotole. Era un’occasione così rara che ci faceva davvero perdere la testa. Una volta una donna mise nella mia ciotola una piccola torta. Quando arrivò il momento di versare il contenuto della ciotola nel cestino più grande, cercai di trattenere la torta nella ciotola. Non volevo che l’uomo che portava il cestino si accorgesse di quello che stavo cercare di fare, e la mia mente fu invasa da ogni genere di pensiero contorto. Era incredibile vedere con quanto sforzo e con quanta ansia cercassi di trattenere la torta. Ne ero totalmente ossessionato.

Mi scoprì anche ossessionato dai dolci. Vivendo nel celibato, ogni forma di attività sessuale è vietata. Questo limita il piacere che si può provare. Possiamo solo mangiare un pasto al giorno, spesso senza niente di particolarmente buono. Però ci sono permessi, se sono offerti, lo zucchero e il miele, come tonici. Una volta Ajahn Chah mi diede un sacchetto di zucchero. Ero così felice. Pensai: “Lo assaggio solamente”. Così aprii il sacchetto, ci infilai un cucchiaino, lo riempii e lo misi in bocca. Dopo un quarto d’ora avevo finito il sacchetto. Non riuscivo a fermarmi. A volte sognavo i dolci: andavo in pasticceria, mi sedevo e ordinavo delle torte dall’aspetto squisito. Appena ero sul punto di mangiarne una mi svegliavo.

La mente fa un sacco di scherzi. Quando si vive in una condizione in cui non si possono soddisfare tutti i propri desideri e non si può fare semplicemente ciò che si vuole, possono sorgere strane sensazioni e incredibili forme di desiderio su cose che prima non erano mai state un problema. Quando ero laico i miei desideri erano estesi su un gran numero di cose; nella vita monastica si erano tutti concentrati sullo zucchero e sui dolci. Eccomi là, un monaco che aveva ricevuto la piena ordinazione, che cercava di condurre una vita spirituale, e che si comportava come un fantasma affamato, sognando zucchero e dolci. Un altro monaco americano che aveva perfino la madre che gli spediva pacchi pieni di caramelle e di dolci al cioccolato.

Essendo il desiderio così concentrato, potevo però contemplarlo facilmente. Imparare a riflettere su questi desideri, su queste ossessioni della mente, è molto importante. E’ in queste circostanze che spesso abbiamo bisogno dei precetti per evitare di seguire le nostre abitudini o quella che è solo la via più semplice, quale che sia. I precetti ci aiutano ad osservare le sensazioni che sorgono, le nostre reazioni, e i risultati del nostro comportamento. Le restrizioni e il controllo che sono imposti dai precetti ci danno il senso del limite. Con consapevolezza riflessiva, impariamo a notare quanto forti possono essere gli impulsi e le ossessioni della mente. Possiamo vederli come oggetti mentali, piuttosto che come bisogni da soddisfare. Anche se a volte la mente urla: “Non ce la faccio più!”, la verità di tutta la faccenda è che possiamo tranquillamente farcela. Gli esseri umani hanno straordinarie capacità di resistenza. Se impariamo a esercitare un controllo su noi stessi, a non essere semplicemente trascinati dall’impeto dell’impulsività, allora iniziamo a trovare forza nella pratica. Non dobbiamo necessariamente essere schiavi delle abitudini e degli istinti.

Le molte regole della vita monastica sono basate su questo controllo. Una delle regole che all’inizio mi irritava veramente era quella che riguardava le vesti. Quando diventiamo monaci, ci viene dato un abito composto da tre vesti. Nella tradizione delle Foresta c’è l’usanza di indossare tutte e tre le vesti quando si esce per il giro mattutino della questua. Di mattino faceva molto caldo, e noi dovevamo sempre camminare parecchio, attraverso risaie e villaggi. Così, al ritorno, le vesti erano zuppe di sudore. Le vesti erano colorate con una tinta naturale di albero del pane e così, dopo un po’, la miscela di sudore e tinta di albero del pane cominciava a odorare terribilmente. Sembrava una vita incentrata sulle vesti: usare le vesti, lavare le vesti, cucire le vesti. Ma io non volevo avere una vita incentrata sulle vesti: io volevo meditare.

Trovavo tutto questo incredibilmente frustrante. Ricordo che una volta dissi a un altro monaco: “Questa di mettersi tutte le vesti è un’usanza stupida. Tutto quello che ci serve è una veste leggera, che ci copra adeguatamente. E’ molto difficile fare le nostre vesti pesanti, ci vuole tanta stoffa e usandola tutti i giorni nel caldo si deteriorano facilmente. Così dobbiamo farne altre, e questo significa più stoffa, più tinta, più cucito”. Ne feci un buon motivo per non mettermi tutte e tre le vesti, essendo la persona ragionevole che sono. Ma in realtà stavo solo piagnucolando e lamentandomi.

Il monaco raccontò tutto ad Ajahn Chah, che mi fece chiamare. Ero così imbarazzato. Improvvisamente mi apparve chiaro: perché fare un problema di tutto questo? Indossa semplicemente quelle vesti! Non vale la pena di fare queste scene. Lo posso sopportare. Non manderà in rovina la mia vita. Quello che mi sta rovinando la vita è la mia mente lagnosa, che dice: “Non voglio fare questo, questo è stupido, non ne vedo il motivo!”. Questa continua recriminazione mi stava consumando dal di dentro: affliggersi, criticare, avere opinioni rigide, stufarsi, voler andar via, rifiutarsi di collaborare, lamentarsi della vita. Questa è la sofferenza che non potevo sopportare. Mi resi conto che anche per la maggior parte della mia vita prima di diventare monaco, anche nel pieno di una vita confortevole, avevo l’abitudine di lamentarmi e di vedere le cose incessantemente con occhi critici.

Queste sono le cose che possiamo contemplare. Non possiamo controllare cosa sorge nella nostra mente, ma possiamo contemplare le nostre reazioni e imparare da questo, piuttosto che essere trascinati, impotenti, dalle reazioni istintive e dalle cattive abitudini. Anche se ci sono molte cose della nostra vita che non possiamo cambiare, possiamo cambiare il nostro atteggiamento nei confronti della vita. In fin dei conti la meditazione è soprattutto questo: cambiare il nostro atteggiamento, passare da un atteggiamento auto-centrato, del tipo di “liberati di questo oppure prendi più di quest’altro!”, a un atteggiamento di accoglienza benevola della vita in quanto tale. Per accogliere l’opportunità di mangiare cibo che non ci piace, di vestire con tre vesti in una giornata caldissima. Per accogliere il disagio, l’essere stufi, la voglia di fuggire via. Questo modo di accogliere la vita esprime una comprensione profonda. La vita è così. Qualche volta è bella, qualche volta è orribile, e la maggior parte del tempo non è né l’una né l’altra cosa. La vita è così.

Letture consigliate

Relazioni di coppia

Saper comunicare per essere felici in famiglia

a cura di
Elisa Tumbiolo

La felicità familiare dipende in buona parte dalla comunicazione fra la coppia.
Se lui e lei comunicano bene le relazione saranno improntate al buon umore, ne deriveranno il benessere e l’equilibrio non solo di entrambi, ma di tutta la famiglia.
I bambini infatti cresceranno in un clima sereno, ricco di fiducia, ottimismo e rispetto reciproco. L’accordo fra i genitori permette inoltre un’adeguata educazione dei figli che, non appesantiti dai problemi e difficoltà fra il padre e la madre, hanno una maggiore disposizione all’ascolto e, nei rapporti con gli atri mantengono lo stile positivo degli adulti. Per questo è buona norma non litigare mai davanti ai figli.
Diversi sono i fattori che determinano una buona comunicazione; ci limitiamo qui di seguito a fornire alcuni suggerimenti per relazionarsi con il partner in maniera positiva.

Mantenere la delicatezza nei rapporti

Dal modo con il quale ci rivolgiamo al nostro partner dipende il buon andamento della comunicazione ma anche l’accrescimento della stima e del rispetto reciproco.
Se non utilizziamo il linguaggio opportuno è facile che la conversazione scivoli verso il conflitto e l’opposizione. Le stesse parole a seconda del tono con il quale si pronunciano possono significare cose differenti.

Pertanto ricordiamoci di:

– ringraziare e chiedere sempre le cose con un “per favore”.
Dire “potresti per favore …”, non è la stessa cosa rispetto a
”Devi farmi …”, o ancora l’espressione “Perché non mi porti mai ….” è più antipatica di “Quando mi porterai …”.
Nei rapporti sociali e di lavoro usiamo riguardo e garbo anche con gli estranei: perché non dovremo fare altrettanto con la persona che più di ogni altra merita riverenza e ogni genere di cura dato che l’abbiamo scelta per condividere la nostra vita e conseguire felicità?
Occorre poi essere sempre riconoscenti per tutto e non dare mai per scontati i servizi e le cortesie dell’altro. E’ opportuno manifestare spesso e verbalmente la nostra gratitudine con frasi del tipo: “meno male che al mattino accompagni i bambini a scuola così io posso….”, o “ che pietanza prelibata mi hai preparato oggi, lo sai bene che gli gnocchi sono il mio piatto preferito…” ecc.

– non prendere da solo un impegno che riguarda entrambi
E’ buona norma di rispetto sentire sempre il parere dell’altro prima di prendere un impegno che coinvolge anche il suo tempo o richiede la sua partecipazione, anche se sappiamo che il nostro partner è libero e non avrebbe nessun impedimento per mantenerlo.

– Non offendere mai l’altro.
L’offesa attraverso la parola che ferisce fa chiudere l’altro in se stesso e impedisce ogni desiderio di riavvicinamento. Questi può reagire replicando con un’altra offesa o troncare ogni comunicazione.
Grida, musi lunghi, insulti , rimproveri, accuse, prediche, minacce, conservare una “lista delle offese”: sono tutti atteggiamenti che impediscono la comunicazione.

– Evitare i periodi di “guerra fredda”.
Di fronte ai diverbi e alle incomprensioni è necessario evitare di chiudersi in se stessi, ciò infatti darebbe luogo a periodi di guerra fredda più o meno lunghi dai quali si esce con difficoltà e sempre con le “ossa rotte”.
Tali periodi si caratterizzano per il clima di ostilità: ognuno pensa alle sue cose e si arriva a manifestare una certa indifferenza nei confronti dell’altro se non addirittura fastidio. Non ci si sente a proprio agio, ma nessuno ne parla, ognuno crede che sia l’altro a doverlo fare e se non lo fa è perché la sua insensibilità è tale da non avvertire la presenza di qualche problema.
Occorre rifuggire dai pensieri e dall’immaginazione e trovare a tutti i costi la forza di rompere il silenzio.
Spesso interpretiamo male quello che il partner ci dice, o giudichiamo erroneamente in maniera arbitraria le sue intenzioni. Davanti a qualsiasi dissenso la prima cosa da fare è parlarne con sincerità e fiducia e adoperarsi con molta volontà per cercare di risolverlo.

Parte II
“Attendere il momento opportuno per dire le cose”


Saper aspettare non è facile eppure nel rapporto fra lui e lei spesso è un accorgimento necessario.
Noi donne, ad esempio, abbiamo la tendenza a sparare a raffica una serie di cose accadute e di lamentele sul marito non appena varca la soglia di casa. Per noi è una forma per scaricare e condividere le tensioni di tutta la giornata, ma rispettiamo poco la psicologia maschile e dimentichiamo che per lui non è la stessa cosa.
L’uomo che rientra a casa cerca conforto, accoglienza, accettazione; ha bisogno di qualche minuto di rodaggio prima di sintonizzarsi sulla nostra lunghezza d’onda. A lei basta parlare per sentirsi meglio ma lui percepisce i suoi racconti come accuse personali.
Basta salutarlo affettuosamente e attendere una decina di minuti prima di metterlo al corrente della nostra giornata e della condotta figli. Spesso, a seconda della gravità degli argomenti, è opportuno aspettare la fine della cena per non rovinare questo momento di intimità familiare, o attendere che i figli siano andati a letto se non è conveniente che stiano ad ascoltare.
Anche gli uomini dal canto loro, a volte, usano dire le cose in tempi e modi inopportuni.
Se si accorgono per esempio che è finito il ricambio della biancheria pulita, per comunicarlo usano espressioni del tipo “non ho più cosa mettermi, in questa casa nessuno stira …” ecc.
Sarebbe opportuno, prima di lanciare una simile “bomba a mano”, che essi cercassero di recuperare quello che serve nella giacenza delle cose da stirare o direttamente nello stendibiancheria. In caso di risultato negativo, è bene considerare se il corredo di ricambi a disposizione ha bisogno di essere incrementato, in modo da coprire almeno l’arco della settimana. Se nonostante simili rimedi non si riesce a risolvere l’inconveniente, ci si può rivolgere alla moglie dicendo “hai avuto un gran da fare questa settimana, io però sono rimasto a corto di calze, potresti per favore rimediarne un paio per domani?!”.
Quando poi dobbiamo correggere facciamolo con affetto pensando a come ci piacerebbe che l’altro ci riprendesse nelle nostre mancanze.

Ascoltare con attenzione

Seguiamo il racconto del nostro partner con visibile interesse e diamo valore a ciò che dice.
Tralasciamo immediatamente quello che stiamo facendo (soprattutto se si tratta di tv e giornali) e guardiamolo negli occhi.
Se l’argomento è importante e ci accorgiamo che l’altro necessità di un consiglio o di una parola di conforto, accomodiamoci accanto a lui e mostriamoci molto disponibili, anche se abbiamo mille altre cose urgenti da fare.
Prendiamo sul serio le sue opinioni, rispettiamo le sue idee e attribuiamo poca importanza alle differenze opinabili.
Teniamo in conto i suoi suggerimenti che sono tanto più preziosi in quando provengono da persona dell’altro sesso. Per esempio parlare al coniuge del lavoro professionale può risultare stimolante e utile. L’intuito femminile, infatti, spesso arriva oltre le mere statiche, ma a volte la semplicità maschile trova soluzioni facili là dove la donna si era aggrovigliata per ore.

I miracoli? “non esistono”…

I miracoli? “non esistono”…

Quanto tempo dovrà passare ancora, prima che ci rendiamo conto dei nostri pieni potenziali interni? Quante migliaia di esperimenti ancora dovremo attendere per comprovare il fatto che l’uomo è già pienamente in grado di guarirsi da solo, di comunicare telepaticamente e di fare molto altro ancora? Quante volte ancora dovremmo soffermarci sui concetti della Meccanica Quantistica, a pieno supporto delle guarigioni che vengono definite erroneamente come ‘miracolose’?

Cari amici, non esistono i miracoli o la paranormalità, come infantilmente si continua a voler definire questo tipo di eventi, ciò che però esiste in realtà è un sistema naturale di elementi attraverso i quali l’uomo può compiere dei veri e propri prodigi. Più si continuerà a dar retta solamente ai riduzionisti, che molto semplicemente definiscono questi eventi come “inspiegabili casualità”, più non si riuscirà mai nemmeno ad intravedere il pieno potenziale dell’uomo.

La Scienza Ufficiale, ovvero il metro di misura “paravento” attraverso il quale si pretende di voler dare una spiegazione razionale a tutto quanto, col metodo sperimentale attuale può osservare a malapena il 5% della “realtà”, perciò come può pretendere di voler spiegare cose come le guarigioni spontanee, semplicemente definendole come “interazioni somatiche”, oppure, come direbbero gli “esperti” del Cicap, “semplicemente le guarigioni spontanee non esistono, sono tutto frutto della vostra fervida immaginazione e allucinazione collettiva. Di fatto siete tutti allucinati… TRANNE NOI! Eppure, cari amici, accadono e con frequenza giornaliera, casi di persone che anche solo attraverso il semplice RIFIUTO di accettare la malattia, sono ‘miracolosamente’ guarite, lasciando così i dottori nella classica espressione basita che di norma lascia “l’inspiegabile”. L’unico neo di questa situazione, è che di questi casi non si parla mai, perciò per i molti, non esistono, o si tratta di semplici casualità. A me gli occhi, please. Prima comprenderete che il CASO NON ESISTE, ma esiste SOLO UN ORDINE IMPLICATO, prima comprenderete come funzionano certi meccanismi.

“Sulla terra, l’impossibile, non esiste.” – Adolfo Gustavo Rol

Così, com’è accaduto ad una mia amica e conoscente di un paesino adiacente al mio. Tumore al seno, questa è stata l’agghiacciante notizia che ha dovuto digerire nell’arco di qualche minuto, un venerdì mattina di poco più di due mesi fa. Cristina, questo è il suo nome, mi racconta con una nota di sufficienza, che quella notizia però non la sconvolse più di quel tanto. Certo avvertiva dentro di se che questo comportamento era totalmente irrazionale, poiché il medico che le si trovava di fronte, aveva accennato ad una estensione abbastanza preoccupante, perciò come minimo avrebbe dovuto entrare in uno stato d’agitazione abbastanza alterato. “Eppure”, racconta, “non sentivo assolutamente alcuna agitazione, semplicemente dentro di me si era fatta strada l’idea che in verità, a discapito di quanto il medico mi stava annunciando, io NON AVEVO NULLA.

Ed è questo il messaggio potente di Cristina, che oggi voglio portare alla vostra attenzione e condividere con tutti coloro che “hanno orecchie da intendere”. Attraverso la sua spontanea non-manifestazione emozionale, di fronte all’estenuante prospettiva di dover subire pesanti terapie farmacologiche, Cristina non ha permesso all’IDEA della malattia di farsi strada dentro di sé. Nella scienza dei quanti, questo concetto si chiamerebbe “impedire il collasso della funzione d’onda”, ovvero, non permetto al mio corpo di entrare in sintonia con quella malattia. Perciò Cristina si alza dalla sedia, e racconta che la sua espressione in volto non è cambiata, anzi sostiene che il sorriso che aveva stampato sul viso quella mattina, non era affatto scomparso, ma si era persino accentuato dopo la notizia del medico. Cristina confessa così, che in realtà quello fu il momento in cui realizzò, meglio di qualunque altro momento della sua vita, la sua natura divina e immortale. “Io non ho nulla” disse sorridendo al dottore che le si mostrava di fronte con il volto stupefatto, e rifiutò qualsiasi intervento medico.

Nonostante i vari tentativi del medico di dissuaderla da intraprendere una strada così impervia, Cristina corse a casa. I genitori si trovavano già ad attenderla sull’uscio, molto preoccupati, perché nel frattempo il dottore li aveva chiamati, implorando loro di intervenire e di cercare di farla ragionare perché il caso “era estremo”. Ma Cristina, coraggiosamente, si mostrò irremovibile: “Io non ho nulla”, ripeté.

Nonostante, la crescita dei conflitti che questo suo comportamento suscitava nella sfera familiare, Cristina mi racconta di non essersi mai fatta nemmeno scalfire da ciò che le persone attorno pensavano di lei. Lei semplicemente ribadiva a sé stessa, giornalmente, DI NON AVERE ALCUNA MALATTIA e ALCUN PROBLEMA. Due mesi dopo, ripetuti gli esami, il suo medico poté constatare, con raggelante stupore, che nel suo seno non era più presente alcun tipo di tumore.

La storia di Cristina, come quella di tantissime altre persone che vivono la medesima esperienza, giornalmente, insegna due concetti fondamentali: 1) la malattia non sempre è da intendersi come qualcosa di orribile, ma anche come una GUARIGIONE 2) la forza e la fermezza nel vedersi proiettati in uno stato di piena salute, fa sì che le cellule del corpo si auto-organizzino in modo completamente diverso, e l’Epigenetica, ce lo sta confermando.

Grazie Cristina, per avermi permesso di raccontare uno stralcio così significativo della tua vita. Molte persone te ne saranno riconoscenti!!!

Giornalmente, cari amici, assistiamo da parte dei media alla continua esposizione di notizie terrificanti, che sembrano voler continuare a confermare la nostra assoluta impotenza riguardo ciò che definiamo come “realtà”. Si sbagliano, e se darete modo a voi stessi di provarlo, converrete che queste mie parole hanno un senso! Non occorre che interrompiate le terapie che state facendo, ma semplicemente aggiungete questo stato d’animo, così ben descritto da Cristina, alla vostra terapia, allora vi accorgerete che ciò che oggi chiamate infantilmente come ‘miracoli’, altro non sono che un normale processo del corpo umano di auto-ri-organizzarsi.

I Computer dicono no ai ‘miracoli’

Una donna che dichiara di essere stata guarita da una preghiera, ha dovuto lottare contro il sistema di supporto statale per bloccare gli assegni di sostegno per i disabili. I dipendenti statali, vedendosi così recapitare le richieste di fermo di tali pagamenti, da parte della signora, asseriscono: “i computer non posseggono tasti per i miracoli”.

June Clarke di 56 anni, di Plymouth, Devon, nel Gennaio del 2000 ha danneggiato seriamente il suo addome e la spina dorsale, scivolando nel pavimento bagnato di una cantina. Per oltre sei anni June ha fatto esperienze progressive di fortissimi dolori, non potendo più lavorare o solamente camminare per più di pochi passi. Il ‘miracolo’ è avvenuto quando suo marito Stuart, un pastore della Hooe Baptist Church, asserisce di aver pregato ogni giorno dopo l’incidente dicendo: “Dio, ridammi mia moglie”.

La Sig.ra June, afferma che i dottori erano assolutamente stupefatti dalla sua riabilitazione, sulla quale lei non ha alcun dubbio ad accreditarla pienamente al potere della preghiera e alla pazienza.

Non appena però la Sig.ra Clarke ebbe realizzato la sua completa guarigione, contattò immediatamente il Dipartimento Infortuni Industriali per fermare l’assegno di sostegno, ma i pagamenti continuarono. Così, Mr e Mrs Clarke, cominciarono a spedire lettere e ad effettuare diverse chiamate telefoniche, ma la risposta che gli perveniva da qualsiasi operatore, era che “il sistema non è in grado di riconoscere riabilitazioni miracolose apparenti”.

fonte: BBC

Non importa quale Dio preghiate, importa che comprendiate che le possibilità per l’uomo sono infinite, e il campo quantico è a sua completa disposizione. Basta voler vedere le cose come GIA’ realizzate.

Andrea, 14 Agosto 2008
http://www.automiribelli.org

Concezione psicosomatica della malattia: OMEOSTASI E FORZE RISANATRICI NATURALI

omeostasiL’Omeostasi e le Forze Risanatrici Naturali


Nella concezione psicosomatica della malattia, l’ammalarsi e il guarire rappresentano gli eventi estremi di un processo interno di auto-organizzazione dell’organismo, detto “omeostasi”. Quando i meccanismi omeostatici, che permettono all’organismo di mantenersi in equilibrio, vengono alterati, si ha l’evento malattia, così come lo stato di salute è il frutto di un automatismo omeostatico, i cui fini meccanismi di regolazione biologica non sono percepibili dalla coscienza perché avvengono nell’inconscio corporeo.

L’uomo moderno pretenderebbe di risolvere rapidamente ogni malattia con medicinali specifici, evitando così di dedicarsi alla ricerca delle “cause” dei propri squilibri interni e demandando ai farmaci funzioni che l’organismo potrebbe svolgere in maniera autonoma o al massimo con l’ausilio di medicamenti blandi (ovviamente esulano da questo discorso condizioni gravi e pericolose come traumi o infezioni dovute ad agenti virali esterni aggressivi e mortali).

La malattia fa parte della vita e l’arte della guarigione fonda le sue basi nella capacità di essere consapevoli di quali eventi, piccoli o grandi, hanno alterato l’equilibrio della nostra unità psicosomatica: i farmaci possono agire sui sintomi nel breve termine, ma nel lungo periodo è necessario prendere consapevolezza dei ritmi, dei tempi, dei bisogni, delle pulsioni e dei possibili stati conflittuali del nostro corpo, della nostra mente, della nostra vita, di noi stessi.

da Enciclopedia Microsoft Encarta:

lemma: “Ippocrate di Cos (enciclopedia vers. CD)

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Riccardo ForlaniLa Medicina delle Cause

Manuale di terapie naturali applicate alla psiconeuroendocrino-immunologia. Per capire la medicina biologica e preventiva

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Al di là dell’aspetto prettamente farmacologico, La Medicina delle Cause trasmette un’etica rinnovata del rapporto medico-paziente, invitando ad adottare un punto di vista più globale nell’approccio all’individuo malato; inoltre sollecita il recupero di un ruolo attivo da parte dei pazienti, nella conservazione del proprio stato di salute.La Medicina delle Cause è rivolto a chiunque voglia riappropriarsi della gestione del proprio benessere psico-fisico, comprendendo a fondo i vantaggi di una filosofia della medicina che mira all’individuazione delle cause che hanno provocato la perdita dello stato di salute, ma anche a medici e professionisti della salute che vogliano allargare l’orizzonte delle proprie conoscenze, apprendendo nuovi strumenti terapeutici e nuovi spunti di approfondimento professionale.

La prima parte si concentra sul concetto di omeostasi biologica e pone in evidenza come la malattia sia una perturbazione del perfetto equilibrio biochimico ed energetico che intercorre tra i diversi apparati del nostro organismo.

La seconda parte analizza varie modalità di intervento terapeutico, alternative a quelle della medicina ufficiale, tra cui l’omeopatia, l’omotossicologia la fitoterapia e l’oligometalloterapia, che possono costituire utili strumenti di cura in tutte le fasi prelesionali.

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Il fondamentale lavoro di Rudolf Kutzli sul disegno di forme rappresenta una raccolta di esercizi esposti secondo gradualità in cui viene mostrato un percorso che può essere seguito da tutti coloro che cercano uno stimolo alla propria attività interiore, indipendentemente da qualsiasi attitudine o conoscenza preliminare.

Questa sequenza di esercizi conduce ad un processo di attivazione che porta allo schiudersi delle forze creative sopite in ogni essere umano. Il disegno di forme fortifica il centro del nostro essere, l'”Io”, di fronte alle tendenze che lo minacciano costantemente spingendolo verso un pensiero sclerotizzato, verso crampi e desertificazioni dell’anima, verso l’apatia o l’assenza di guida nella sfera della volontà.

In un’epoca in cui tutto concorre alla paralisi della forza che apporta motivazione, al disseccamento dell’anima, in un’epoca i cui anti-ritmi minacciano di farci ammalare, un allenamento come questo può essere una sorgente di forze risanatrici, vitalizzanti e animicamente attivanti.
Nel settembre del 1919 Rudolf Steiner fondò la prima scuola Waldorf (scuola “steineriana”), basata su una nuova pedagogia, ovvero su un metodo d’insegnamento ispirato alla ricerca di una nuova “conoscenza dell’uomo” (Antroposofia). Nel programma di tale scuola Steiner introdusse due nuove materie, entrambe incentrate sulla forma e il movimento: l’euritmia e il disegno di forme.

Il disegno di forme parla al compositore ritmico nella nostra interiorità che unisce in armonia il formare e lo sciogliere, l’impulso e la quiete, il cosmico e il terrestre, rafforzando la forza del centro.

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La rabbia, la frustrazione e la disperazione che proviamo sono strettamente connesse con il nostro corpo e con il cibo che ingeriamo. Corpo e mente non sono due entità separate, sono una cosa sola. La presenza mentale e un’efficace strategia alimentare possono permetterci di abbracciare la rabbia e di neutralizzarla.


COMUNICAZIONE

COMUNICAZIONE

Parola oggi molto usata e talora “abusata”, la comunicazione indica in senso generale quell’insieme di segni e di messaggi – verbali e non – che servono per trasferire ad atri delle informazioni ma anche delle emozioni.

Secondo la definizione del linguista russo Roman Jakobson, per comunicazione si intende il processo linguistico di scambio da un emittente a un ricevente attraverso un canale e mediante un codice comune a entrambi.

La comunicazione può essere di due tipi, verbale e non verbal.e La prima utilizza parole, immagini, segni e testi scritti (su carta ma ora anche su strumenti elettronici).

La seconda impiega tutta una serie di comportamenti corporei come le posture, la distanza tenuta con l’interlocutore,le smorfie, i movimenti eseguiti con il capo o con le mani mentre parliamo, e così via.

“Tu diventi ciò che dici”

Parafrasando il detto per cui “l’uomo è ciò che mangia, si potrebbe dire che ognuno di noi “diventa le parole che dice”. In effetti, comunicare è semplice come respirare. Tuttavia “comunicare” non significa semplicemente “informare“: vuol dire “entrare in relazione” (e dunque scambiare informazioni, messaggi, sensazioni…) con soggetti esterni a noi. Per ogni essere vivente non comu­nicare è praticamente impossibile perché anche il silenz­io, lo sguardo, gli atteggiamenti non verbali o le smorfie del volto sono aspetti che “parlano” per noi e manifestano il nostro modo di essere, l’universo dei nostri stati d’animo.

Una buona comunicazione inizia dalla pancia

E’ stato dimostrato che il feto è in grado di percepire attraverso il ventre la voce della madre che gli parla durante i nove mesi di gravidanza, come pure i suoni e le musiche provenienti dal mondo esterno.

In tal modo tra mamma e bambino si instaura subito una forma di comunicazione che non fa sentire “isolato” il nascituro e, contemporaneamente, crea un legame tra la gestante e il bimbo, aiutando la donna a superare le ansie e i dubbi tipici dell’attesa.

Le regole per una comunicazione felice

Una buona comunicazione è il segreto per far fluire l’energia ma anche per stimolare correttamente il nostro cervello, che si nutre di parole e le fa germogliare: a patto, che si tratti di parole spontanee, perché le parole forzate, il linguaggio omologato e i modi di dire intasano la mente e creano “ingorghi” che nel tempo possono dare origine a disturbi psicosomatici.

Per esempio: spesso in coppia una battuta “infelice” o un battibecco dettato dal nervosismo aprono la strada a incomprensione, musi e rancori; tra genitori e figli, i giovani reagiscono alle imposizioni degli adulti con il silenzio o con parole sgarbate; al lavoro, si può eccedere con i toni melliflui per ottenere l’approvazione di capi e colleghi o, all’opposto, lasciarsi andare a espressioni Iamentose o rabbiose; e anche con gli amici a volte si adotta una comunicazione faziosa e standardizzata, sicuramente non originale ma “modulata” sullo stile del gruppo cui si appartiene pur di conservare il diritto di far parte di quella compagnia. Sta di fatto che ogni volta che non riusamo ad esprimerci o comunichiamo in modo forzato o sbagliato, creiamo un blocco energetico: il “detto male e troppo” come pure il “non detto” si trasformano in tossine energetiche che provocano disagi e infelicità.

Le parole sbagliate intossicano il cervello

Non esistono parole ascoltate o pronunciate che non lascino traccia. Tutte le parole, e in particolare le parole sbagliate, producono delle ricadute: seminano scorie e condizionamenti, generano atteggiamenti distorti e “storpiature” che ci complicano l’esistenza e ci intossicano la mente.i Una volta pronunciate, infatti, esse vanno ad agire contemporaneamente su due cervelli (come minimo): quel di chi parla e quello di chi ascolta.

E in entrambi i cervelli, diventano materia mediante un preciso percorso chimico-fisico (oltre che simbolico) che attraversa corpo e psiche a partire dall’orecchio. Proviamo a seguirlo.

Dalla voce all’orecchio… L’ingresso dei suoni nel corpo avviene attraverso il timpano, una specie di “porta” situata dentro l’orecchio.

Da qui procedono nel cranio verso una struttura denominata coclea, fanno vibrare l’orecchio interno e poi si incanalano nel nervo acustico.

si propagano sotto pelle… A questo punto le parole stimolano il nervo vago, che si dirama verso gli organi della respirazione, della digestione e della circolazione.

A livello centrale invece vengono interessate alcune aree del cervello e le zone vicine alle strutture uditive, come le aree limbiche e para-limbiche, dove le emozioni si trasfor­mano in impulsi fisico-chimici e viceversa.

sino ad arrivare a tutto l’organismo. Quando una paro­la entra dentro di noi (può essere una parola da noi pronun­ciata o anche solo pensata in silenzio, oppure la parola che ci viene detta) modifica contemporaneamente le aree cere­brali e lo stato di alcuni visceri: in sostanza, crea un differen­te stato di coscienza sia a livello psichico che somatico.

Di conseguenza, può far star bene o può creare disagio.

La parola è come un seme che feconda il cervello

In tutte le tradizioni, orientali e occidentali, si riconosce alla parola un potere fecondante rispetto al cervello, simi­le a quello di un seme che – messo nella terra – inizia a cre­scere e dà origine alla pianta. Il filosofo russo George Iva­novitch Gurdjieff sostiene che: «Noi diventiamo le parole che ascoltiamo», mentre una delle massime del saggio in­diano Sri Nisargadatta Maharaj recita: «Dissolvi le paro­le». Soltanto così la materia creata dal linguaggio (e quin­di anche il disagio o la malattia indotti dalle parole) per­derà forma e consistenza, fino a svanire nel nulla.

Ecco perché già gli antichi sacerdoti egizi vietavano di nominare le malattie, in quanto il fatto solo di enunciar­ne il nome equivale a “seminarle” nella realtà.

Il nostro cervello, infatti, è come un terreno fecondo su cui le parole, le nostre come quelle altrui, cadono come tanti semi: ascoltando se stessi e gli altri si diventa come il fertile ricettacolo di questi semi, che poi fruttificano e germogliano nel corpo.

11 linguaggio è una vera e propria energia tipica dell’uomo: le parole sono “frecce” che nascono all’interno di noi stessi, fluiscono verso il mondo esterno, diventando linguaggio. Tutto ciò che diciamo, in definitiva, lascia un segno sulla nostra psiche, lavora nel nostro inconscio per giorni, mesi, anni, arrivando a cambiare non solo la mentalità, ma anche la materia di cui siamo fatti. Per questo possiamo tranquillamente affermare che noi diventiamo per davvero le parole che pronunciamo, quelle che abbiamo ascoltato e che continuiamo ad ascoltare.

La soluzione: essere consapevoli della nostra comunicazione. Affinché le parole diano sollievo e creino benessere, occorre acquisire consapevolezza di cosa diciamo e di come parliamo. Perché, quando è “giusta”, la parola trasforma l’energia, ma ciò accade solo quando esprimiamo ciò che sentiamo veramente, quando parliamo in maniera personale e originale e, se serve, quando riusciamo a tacere.

Il valore terapeutico del silenzio

La cultura contemporanea ci riempie di parole e ci costringe a vivere in uno spazio intasato di suoni, di pensieri, di proiezioni mentali. Con il silenzio, invece, si eliminano tutte le parole inutili e sbagliate che si affollano nella mente. Se anche per qualche minuto, senza farsi prendere dall’assillo di riempire il vuoto di parole, ci rilassiamo e restiamo a mente vuota senza pensare né dire nulla, è probabile che si affaccino alla mente le parole più adatte a quella determinata situazione.

Secondo i più recenti studi neurologici, infatti, quando siamo in silenzio, nel nostro cervello avviene una sorta di organizzazione, di “reset” e, probabilmente, si può addirittura parlare di un affioramento di funzioni cerebrali diverse, molto antiche, messe sullo sfondo dal fluire continuo ed eccessivo delle “parole di superficie”.

E’ soltanto nel silenzio, infatti, che possiamo incontrare i “nostri” suoni e le “nostre” parole: quelli che davvero ci appartengono e che possono guarirci da tutti i mali. Il suono, infatti, nasce dallo spazio interiore: a sgombrare tale spazio è il silenzio, che ha la funzione di smaterializzare il pensiero e di creare il vuoto, luogo di incubazione delle parole autentiche e grembo di accoglimento dell’ascolto.

I Sì E’ i NO della comunicazione

Noi diventiamo le parole che pronunciamo, quelle che abbia­mo ascoltato e che continuiamo ad ascoltare. Ecco perché è importante diventare consapevoli della nostra comunicazione.

  • Usa poche parole / Innanzitutto, impara a pronunciare i suoni giusti e il giusto numero di parole, solo le paro­le che ti servono per esprimerti in modo adatto alle tue vere esigenze. Chiediti, per esempio se stai usando le parole appropriate per manifestare le tue emozioni, se ripeti sempre le stesse parole come inutili infarciture del discorso… Considera tutte queste variabili e verifica come potresti comunicare in maniera diversa e più naturale.
  • Usa un linguaggio personalizzato e “leggero” / Smetti di adattarti a modelli standard di perfezione e di successo, e non pronunciare più parole inutili, sterili o prese a pre stito da altri giusto per riempire lo spazio tra te e il tuo interlocutore: ritrova in te stesso i “tuoi” suoni e lasciali affiorare nel modo più spontaneo possibile. Non aggiungerci altro. Ogni parola, infatti, è come un vettore energetico, una freccia diretta al bersaglio: più l’appesantisci con premesse, precisazioni, sinonimi e più la rallenti, distogliendola dalla sua naturale traiettoria.
  • Privilegia la sintesi / il vero messaggio che si intende trasmettere è sempre molto breve: secondo gli esperti, si può condensare in non più di dieci parole. Tutte le altre, sono parole “di contorno”, buone soltanto a esprimere segnali contraddittori e ambigui. Se dunque devi dire qualcosa, cerca di esprimerlo con poche parole, chiare e comprensibili. Sarai più deciso e sicuro di te, e… terrai inchiodato al l’ascolto i tuoi interlocutori.

NO

  • Sostituirti al tuo interlocutore / Tra gli errori di comunicazione più diffusi c’è quello per cui chi parla tende a… mettersi nei panni di chi lo ascolta. Così facendo, esprimiamo solo la paura di essere giudicati dall’altro, oppure non siamo sicuri che quello che stiamo comunicando sia “giusto”. Cerchiamo invece di esprimere solo ciò che sentiamo e basta.
  • Cercare di convincere / Una comunicazione con intenti manipolatori è una comunicazione malsana. Più si cerca di blandire l’interlocutore e più questi si sentiingannato, se invece si tenta di smantellare le sue idee, si metterà sulle difensive. Meglio quindi comunicare in modo sincero e neutrale e lasciare all’altro la libertà di coltivare le sue idee, che magari sono già uguali alle nostre…
  • Copiare gli altri / La comunicazione è come un abito: per colpire dev’essere personalizzata. Bando dunque all’abuso di slang, modi di dire, proverbi, parole straniere…. Se parli copiando qualcuno, rischi solo di sembrare una caricatura, sortendo effetti ridicoli e senza ottenere nessun risultato.

(Tratto da il Dizionario della felicità – RIZA – Raffaele Morelli)