La Coppia che Funziona: Ama te stesso e non importa chi sposerai

La Coppia che Funziona: Ama te stesso e non importa chi sposerai

La maggior parte dei divorzi è inutile!

Con questa affermazione provocatoria ma al tempo stesso incoraggiante, questo libro è diventato in Germania un vero best-seller. Grazie alla sua esperienza di consulente per la coppia, l’autrice ha conoscenza diretta della “Guerra dei Roses” che spesso si scatena tra i partner, e fa tabula rasa delle aspettative secondo cui “la prossima volta, andrà meglio”: la prossima volta, se non si vive il rapporto di coppia come un mezzo per la propria crescita personale, si ripresenteranno puntualmente i medesimi problemi di relazione.

Il rapporto di coppia, secondo l’autrice, è un cammino che richiede sì un grande impegno, ma che vale veramente la pena di essere intrapreso.
Prendendo spunto da numerosi esempi tratti dalla sua vita professionale, Zurhorst spiega da cosa dipende se, dopo la felicità iniziale, non restano che delusione, rabbia e frustrazioni. E racconta come un rapporto d’amore, profondo e duraturo è possibile anche laddove forse si era già persa la speranza.

Eva-Maria Zurhorst è giornalista, scrittrice e psicoterapeuta. Esercita attività di coaching in campo aziendale e nelle terapie per la coppia. continua…

Tu che ne pensi di questa afferamazione di Eva?

Lascia il tuo commento qui sotto….

La libertà del cuore – Parte II

La libertà del cuore (Ajahn Sumedho)

– Parte II

Aprirsi al Dhamma


Il Buddha diede risalto all’indagine sulle illusioni di cui siamo preda tramite l’esame della natura stessa del desiderio, della sofferenza e della cessazione del desiderio. Esaminando il desiderio, vediamo che non è altro che un movimento. Non è una persona, né un assoluto; sorge e scompare: questo è il movimento del desiderio. Se non lasciamo che il desiderio cessi, un desiderio ne condizionerà un secondo che, a sua volta, ne condizionerà un terzo e il processo andrà avanti all’infinito. Il termine buddhista ‘attenzione’ (in Pali: sati) significa ‘riflettere, portare alla coscienza, portare alla mente le cose così come sono’. Per essere attenti, bisogna concentrare gli sforzi sul momento presente, a meno che non vi sia un pericolo immediato verso il quale l’istinto di conservazione vi rende attenti. Nelle situazioni normali, dovete esercitare un certo sforzo per osservare, in modo imparziale, come sono le cose. Impariamo a osservare senza giudizio, a non proiettare qualcosa sul momento, che poi cercheremo di giustificare o di difendere. Quando attenzione e saggezza cooperano, c’è la capacità di prendere nota e di essere ricettivi.
Diventiamo sensibili alle cose come sono; in breve, al Dhamma.
Perciò, ‘Dhamma’ è un termine che abbraccia tutto. Significa ‘le cose così come sono realmente, senza alcun pregiudizio’. Significa ‘la legge naturale’. Quando contempliamo il Dhamma, non partiamo da un’idea preconcetta. Se ne dessimo una definizione precisa, cominceremmo a cercare qualcosa, non vi pare? Non è quella la via. La via dell’attenzione consiste nell’aprire la mente al come è: qui e ora.
Spesso si ignorano tempo e luogo. Possiamo essere qui e desiderare di essere altrove. Il tempo è ora, ma raramente siamo col momento presente; gran parte della vita è occupata dai ricordi del passato o dalle aspettative e dalle paure per il futuro. Facciamo progetti per il futuro e pensiamo al passato, ma non prendiamo neppure nota del vero Dhamma del qui e dell’ora – così com’è adesso. Pensando al passato e al futuro siamo preda della forza del desiderio e attratti verso qualcos’altro. Riflettere in tal modo sulla condizione umana aiuta a capire perché il mondo è così com’è.

L’intenso desiderio del cuore

Vediamo come nella vita moderna la gente cerchi di rendere giusta ogni cosa o di impedire terribili ingiustizie. È una nobile causa. È apprezzabile. Ma non è sufficiente. Finisce che cerchiamo di pulire la casa e di mettere a posto ogni cosa. Ma non appena ne abbiamo pulito una parte, l’altra comincia di nuovo a sporcarsi. È come cercare di pulire Londra con uno spazzolino. Non si può. Non troverete mai la perfezione nelle strutture sociali che dovrebbero assicurare la giustizia, l’uguaglianza e la clemenza, perché vi si intrufola l’imperfezione.
La società diventerà ben ordinata, equa e giusta quando sarà libero il cuore della gente. Finché sarà preda dei desideri, delle richieste, delle illusioni e dell’ignoranza, il meglio che si possa fare è avere leggi che creino determinate norme. Se qualcuno non si attiene alle norme, finirà in prigione. È il meglio che si possa fare. Non avremo mai vera uguaglianza o giustizia o clemenza nel regno sensoriale, perché esse provengono dal cuore. Non scaturiscono dagli occhi, dalle orecchie, dal naso, dalla lingua o dal corpo; è solo nel cuore che le cose sono eque, che ci sono clemenza, giustizia e uguaglianza.
Cosa intendiamo per cuore? La parola può essere usata per indicare un organo del corpo, o può riferirsi alla nostra natura emotiva. Di solito si riferisce ai sentimenti. Per esempio, se siamo delusi, diciamo che ‘ci hanno spezzato il cuore’. Poi, c’è la parola ‘mente’ che si riferisce a qualcosa di meno emotivo. La mente ha a che fare col processo intellettivo, con la capacità di razionalizzare e di pensare; quando, però, parliamo della capacità di sentire e di reagire con amore, usiamo la parola ‘cuore’, non la parola ‘mente’. Tutti anelano alla libertà, in un modo o nell’altro. Speriamo che arrivi qualcuno a esaudire i nostri desideri e a renderci felici, come Cenerentola in attesa del principe azzurro. Forse siamo in attesa del Messia, o di Maitreya se siamo buddhisti, o del primo ministro, del presidente giusto che metterà il paese sulla buona strada. C’è il desiderio intenso di qualche forza esterna, di qualcosa al di fuori di noi, che ancora non si è presentata.
Di solito, quel genere di aspirazione viene esaudita, in ogni cultura, dalla sua religione, dall’aspirazione spirituale verso qualcosa di supremo. L’aspetto sensoriale dell’umanità non riesce mai a soddisfarci veramente; ecco perché esiste la religione: per soddisfare quel bisogno dell’aspirazione umana. Mira al divino, o a ciò che c’è di elevato, a qualcosa verso cui dobbiamo innalzarci. Quando qualcosa vi ispira, lo spirito sale in alto, non sprofonda verso il basso. Quando sprofonda, si colma di angoscia, di disperazione, di vanità o depressione; è quel che chiamiamo ‘andare all’inferno’. Vi si spezza il cuore, lo spirito affonda e voi non coltivate aspirazioni, non puntate a qualcosa di elevato.
La nascita e la coscienza sensoriale rafforzano il senso di separatezza. La coscienza sensoriale è una coscienza che opera separazioni e discriminazioni che ci fanno sempre sentire alienati dalle cose. Sul piano sensoriale c’è sempre una sensazione di separazione e di conflitto.
Possiamo aspirare alle cose mondane, alla ricchezza e alla fama, ma non sono sufficienti. Pur aspirando a una posizione mondana, nel momento in cui la contempliamo, ci rendiamo conto che non è effettivamente ciò che vogliamo. Proviamo naturalmente l’aspirazione a elevarci. È il desiderio intenso dell’unione o non separazione. In termini buddhisti, è l’aspirazione al Dhamma, alla verità. Quando abbiamo un’aspirazione simile, ci eleviamo invece di lasciarci intrappolare dall’attaccamento ai sensi.


Bibliografia consigliata…



Daniele Graffagnino

Il Desiderio più Grande: Vivere Liberi

Vita Nuova Editrice
Il desiderio più grande: vivere liberi” è un libro aperto rivolto a te, che vuoi trasformare i tuoi stati d’animo in momenti meravigliosi, abbandonando negatività interiori, sentimenti ed emozioni che spesso sono la causa del tuo malessere e delle tue frustrazioni. Imparare a pensare in modo libero, è la strada che ci conduce all’amore per noi stessi, che ci rende presenti in ogni situazione e condizione.

Liberi dalla rabbia, dalla gelosia, dall’invidia, dalla tristezza, dalla depressione, dalle paure.

Metti l’amore al primo posto, riversa nell’amore tutta la tua energia, apri il cuore e sentiti libero di vivere in pienezza.



Yongey Mingyur Rinpoche

Budda, la Mente e la Scienza della Felicità

Prefazione di Daniel Goleman

Sperling & Kupfer Editori

Da migliaia di anni i buddisti ricorrono alla meditazione per raggiungere la pace interiore. Yongey Mingyur – che gode dell’invidiabile titolo di “uomo più felice del mondo” e la cui attività cerebrale durante la meditazione è stata analizzata negli Usa – affronta in questo libro, intrecciando spiritualità, neuroscienza e fisica quantistica, l’argomento della felicità in modo molto oggettivo: tanto da mostrare al lettore come grazie a un training sistematico sia possibile stimolare le aree del cervello associate alla felicità e alla compassione, aumentando le nostre potenzialità e trasformando la nostra mente, il nostro corpo, la nostra vita.



Sandra Heber Percy

Il Risveglio della Coscienza

L’India segreta dei Maestri Realizzati

Laris Editrice

Con questa autobiografia di un percorso spirituale, una storia di vita vissuta che comincia il giorno in cui, Sandra, a quarantadue anni abbandona una Toscana che l’ha allevata e impregnata della sua cultura, per poi coraggiosamente affrontare l’India con anni ed anni di solitudine, immersa in un cammino che è andato ben oltre ogni religione e gradualmente anche ogni concetto.

Sandra ha così saputo riassumere i suoi diciotto anni di ricerca, senza fare di questo libro un testo di concetti, bensì di riflessioni ed esperienze a contatto con i Maestri, infatti, non scrive per indicare una strada né diffondere insegnamenti per raggiungere l’illuminazione, ma racconta come la sua vita è stata forgiata attraverso anni ed anni vissuti sotto l’ala protettiva di grandi Maestri realizzati, di Avatar (incarnazioni divine) ed con il raro incontro di un Avadootha.

I Maestri, incastri misteriosi del puzzle Divino, hanno la missione di essere di esempio nell’integrare ogni insegnamento ricevuto in precedenza. Essi sono paragonabili a ricetrasmittenti o piramidi cristalline della forza di tremila kilowatt d’energia Cosmica, e a Sandra, la mano del destino ha fatto incontrare i più puri che il nostro secolo abbia mai conosciuto.

Con delizioso e sottile umorismo, l’autrice racconta con grande sincerità i test simili ad acidi ‘corrosivi’ a cui è stata sottoposta dai Maestri e come spesso un loro sorriso celasse ulteriori lezioni, ed incomprensibili ed imprevisti cambiamenti di rotta. Vivendo a fianco di questi grandi illuminati con una visione a trecentosessanta gradi, l’autrice mi ha spesso detto ridendo di aver subito un lavaggio in lavatrice a cento gradi.

Ora è ancora nella fase della centrifuga dove ogni traccia di ego, ogni goccia d’illusione viene strizzata e prosciugata e paragona la ricerca spirituale alle matrioske russe di legno: aprendo la bambola ne troviamo un’altra più piccola e un’altra ancor più piccola e un’altra ancora… finché non ci si arrende e non si cerca più niente.

L’analisi interiore è un susseguirsi di espansione, sollievo e armonia sempre più profonda. Il valzer Divino è caratterizzato da ritmi accelerati da cui spesso non si riesce neppure a prendere fiato e si ha bisogno di una sosta tra le sfide e i vari test. Offre però anche soluzioni ed intuizioni che il tempo rivela come Perfezione del disegno della Coscienza.

Poiché la vita è come un fiume che scorre senza sapere dove andrà a sfociare. Alcuni di noi sono fiumi in piena che scendono tumultuosi e qualche volta si trovano a cambiare completamente ogni percorso per ritornare ancor più velocemente alla Sorgente. Cercare di capire con la mente non serve a molto, è con il cuore che si può percepire ogni verità vivendo appieno l’avventura della vita.

La libertà del cuore

La libertà del cuore (Ajahn Sumedho)- Parte I

Dal libro “La mente e la via”

Molte persone si servono del concetto di libertà come ideale da seguire nella vita. Vogliamo ottenere una qualche forma di libertà: libertà fisica, spirituale o emotiva. Nessuno vuole essere imprigionato, costretto, legato, perciò la libertà diventa un ideale. È un concetto importante da contemplare, perché non sempre capiamo cosa significhi libertà.
Per buona parte della vita proviamo attaccamento agli ideali, e la nostra società ce ne fornisce una gran quantità a cui aggrapparci. La libertà è uno di questi. Aggrapparsi all’ideale senza una saggia riflessione sulle sue reali implicazioni ci porta all’insoddisfazione, perché la vita raramente ci dà la libertà che vorremmo avere o che pensiamo di meritare.

Cercare la libertà che parte dal desiderio

Possiamo sentirci continuamente delusi dalla vita, non perché stiamo vivendo qualcosa di veramente sbagliato, ma perché la vita non ci dà quello che vogliamo o che pensiamo di meritarci. Ci capita spesso di dire: “Non è giusto”. Pensiamo che le cose dovrebbero sempre essere giuste. È facile rendersi conto che, al momento della nascita, certi possiedono il meglio che offra la vita, altri invece nascono in situazioni orribili e infelici. Tanta disuguaglianza è davvero ingiusta, non è così? Perché gli americani non distruggono gli armamenti? Perché in Medio Oriente non fanno altro che combattere, bombardando e distruggendo una bella città come Beirut? Perché si muore di fame in Africa? Perché nell’America Centrale ci sono povertà e ingiustizia? Non è giusto, non vi pare? Non è giusto che la vita sia così, e desideriamo che sia altrimenti. Quello a cui tendiamo è la libertà, ma ci tengono a freno le convenzioni e persino il corpo fisico.
L’aspetto paradossale in tutto questo è che, a quanto pare, seguire i propri impulsi e desideri non porta veramente alla libertà. Ho tratto questa deduzione dalla mia esperienza di vita. Ho scoperto che quando pensavo di essere libero di seguire i miei desideri, finivo per sentirmi confuso e schiavo del desiderio. Avevo un’infinità di scelte, una molteplicità di possibilità da cui essere attratto o respinto. La nostra ‘società libera’ non è che questo. Però, a quanto pare, la varietà di scelte e di possibilità porta sempre a uno stato di confusione.
Al contrario, in una società che presenta un minor numero di opportunità, la vita non è così complicata. La vita monastica, per esempio, non lo è perché non dà molte scelte. Quando mi sveglio al mattino, non posso domandarmi: “Che mi metto stamattina?” “Come mi pettino i capelli?” Non c’è grande possibilità di scelta. A molti la vita monastica sembra una sorta di castigo in cui tutto è proibito; non puoi far questo, non puoi far quello. L’effetto della disciplina sulla mente è quello di semplificare la vita. Non si resta intrappolati in una quantità di scelte sul piano dell’esperienza sensoriale.
Quando vi abbandonate alla vita monastica, quando smettete di resisterle e di desiderare altre opportunità per fare ciò che volete, la vostra vita ne risulta, ovviamente, semplificata. È molto più chiara e diretta.
La libertà non si trova nel desiderio, ma c’è libertà nel Dhamma. Si può condurre una vita che non sia basata sulle preferenze e sugli attaccamenti. E quando la vita non è più impegnata in scelte infinite, quando non ci sono più tutte le opinioni, le opportunità e le idee con cui siamo messi a confronto in una società complicata, c’è la semplicità. La mente (o il cuore) si liberano per mezzo della semplicità e di una direzione morale. Siamo capaci di rispondere e aprirci alla vita come non potremmo fare in una vita complicata dal desiderio, dalla preferenza e dall’attaccamento personale. Essendoci aperti alla vita, ci rendiamo conto che la libertà del cuore non è libertà di fare quello che si vuole.
Qualsiasi desiderio derivi dall’ignoranza ci porta ad attività o a esperienze non abili. Il desiderio ci spinge sempre a ottenere qualcosa, a sbarazzarci di qualcosa o ad aggrapparci a qualcosa, perché tale è la natura del desiderio. Non appena il desiderio ottiene ciò che vuole, inizia a volere qualcos’altro. Non ho mai visto un desiderio soddisfatto, un desiderio felice per aver ottenuto ciò che voleva. Potrà esserci una certa soddisfazione personale nel momento in cui si ottiene ciò che si vuole, poi però il desiderio inizia a muoversi verso qualcos’altro. Non si può essere soddisfatti nemmeno quando si ottiene ciò che si desidera, nemmeno se si possiedono ricchezza, potere, prestigio e il meglio che offre la vita. Per esempio, se diventaste molto ricchi, iniziereste immediatamente a preoccuparvi di perdere tutto il vostro denaro. La paura della perdita e il desiderio di guadagno non hanno mai fine.
Fintanto che siamo intrappolati nelle illusioni che il desiderio crea dall’ignoranza, il nostro resta un mondo fondato sulle illusioni. Il desiderio non libera mai il cuore; lo condiziona a sperare in una libertà futura. La ricerca della libertà tramite il desiderio non fa altro che aumentare la schiavitù e l’illusione.Molte persone si servono del concetto di libertà come ideale da seguire nella vita. Vogliamo ottenere una qualche forma di libertà: libertà fisica, spirituale o emotiva. Nessuno vuole essere imprigionato, costretto, legato, perciò la libertà diventa un ideale. È un concetto importante da contemplare, perché non sempre capiamo cosa significhi libertà.
Per buona parte della vita proviamo attaccamento agli ideali, e la nostra società ce ne fornisce una gran quantità a cui aggrapparci. La libertà è uno di questi. Aggrapparsi all’ideale senza una saggia riflessione sulle sue reali implicazioni ci porta all’insoddisfazione, perché la vita raramente ci dà la libertà che vorremmo avere o che pensiamo di meritare.

Bibliografia consigliata

Giulio
Giorello
Dario
Antiseri

Liberta’

Un manifesto per credenti

e non credenti

Jiddu
Krishnamurti

Liberta’
Totale

Pietro
Archiati

La
Filosofia della Liberta di Rudolf Steiner

Rocca di Papa (Roma)

14-17 febbraio 2008

Marco
Ferrini

Liberta
dalla Solitudine e dalla Sofferenza

Maria
Montessori

Educare
alla Liberta

Rudolf
Steiner

Tra
Destino e Liberta

Fondamenti di scienza karmica

Ode Alla Vita

Ode Alla Vita..

Lentamente muore chi diventa schiavo dell’abitudine,
ripetendo ogni giorno gli stessi percorsi,
chi non cambia la marca,
chi non rischia e non cambia il colore dei vestiti,
chi non parla a chi non conosce.

Muore lentamente chi evita una passione,
chi preferisce il nero su bianco e i puntini sulle i
piuttosto che un insieme di emozioni,
proprio quelle che fanno brillare gli occhi,
quelle che fanno di uno sbadiglio un sorriso,
quelle che fanno battere il cuore davanti all’errore e ai sentimenti.

Lentamente muore chi non capovolge il tavolo,
chi è infelice sul lavoro,
chi non rischia la certezza per l’incertezza per inseguire un sogno,
chi non si permette almeno una volta nella vita di fuggire ai
consigli sensati.

Lentamente muore chi non viaggia,
chi non legge, chi non ascolta musica,
chi non trova grazia in sé stesso.

Muore lentamente chi distrugge l’amor proprio,
chi non si lascia aiutare;
chi passa i giorni a lamentarsi della propria sfortuna o
della pioggia incessante.

Lentamente muore chi abbandona un progetto prima di iniziarlo,
chi non fa domande su argomenti che non conosce,
chi non risponde quando gli si chiede qualcosa che conosce.

Evitiamo la morte a piccole dosi,
ricordando sempre che essere vivo
richiede uno sforzo di gran lunga maggiore del
semplice fatto di respirare.

Soltanto l’ardente pazienza porterà
al raggiungimento di una splendida felicità.

Paolo Neruda



Gelosia: il timore di perdere…

LA GELOSIA

Come geloso, io soffro quattro volte: perché sono geloso, perché mi rimprovero di esserlo, perché temo che la mia gelosia finisca col ferire l’altro, perché mi lascio soggiogare da una banalità: soffro di essere escluso, di essere aggressivo, di essere pazzo e di essere come tutti gli altri. Barthes, Roland


La gelosia è un sentimento che parte dall’idea che ciò che io ho di più “caro” potrei, da un momento all’altro, perdere. Essa si lega al concetto di possessività, alla possibile perdita di ciò che si ritiene proprio. Entrambi i sentimenti pretendono l’ “altro”, vogliono la sua presenza in termini esclusivi e personali. Parlo di pretendere l’altro perchè lo si considera un “oggetto” piuttosto che un “soggetto”. Spesso chi ne è affetto manifesta la sua gelosia in assenza di qualunque fatto, di qualunque circostanza che possa giustificare un vissuto del genere.

Una doverosa premessa: bisogna distinguere fra gelosia “normale” e gelosia “patologica”. La gelosia normale è inseparabile dal’amore per il partner, ed è sempre presente a livelli accettabili. Anzi se non ci fosse si potrebbe addirittura dubitare se è vero amore. Inoltre serve a far sentire l’amato veramente amato, perchè attraverso la gelosia manifestiamo la paura di perderlo. Invece parleremo di gelosia “patologica” quando essa assume le seguenti caratteristiche:

  • paura irrazionale dell’abbandono e tristezza per la possibile perdita;
  • sospettosità per ogni comportamento relazionale del partner verso persone dell’altro sesso;
  • controllo di ogni comportamento dell’ “altro”;
  • invidia ed aggressività verso i possibili rivali;
  • aggressività persecutoria verso il partner;
  • sensazione d’ inadeguatezza e scarsa autostima di noi stessi.

La gelosia, quella patologica è, dunque, il timore di perdere qualche cosa che si ritiene essenziale per il proprio benessere e che questo qualcosa, che si ritiene essenziale, altri possano impossessarsene. Essa si manifesta anche in assenza di qualsiasi motivo valido. Spesso proprio la gelosia è in alcuni casi la causa della rottura di una relazione. Anzi si teme tanto che una relazione possa finire che, senza volerlo, la si fà finire per davvero.

La gelosia patologica prende origine da sospetti o circostanze infondate, affondando la sua vera natura in un’angoscia che prende forma nella mente senza nessun riscontro nella realtà. Quest’angoscia produce delle vere e proprie rappresentazioni mentali in cui si “costruisce” il “rivale” e le “prove d’infedeltà” e la realtà effettiva viene interpretata erroneamente. Tutto ciò può arrivare a dei veri e propri “deliri di gelosia” che spesso sono all’origine di veri e propri fatti di cronaca come i delitti passionali.

La gelosia patologica, il più delle volte, affonda le sue origini nell’infanzia in una cattiva relazione che il geloso ha instaurato con i propri genitori. Quest’ultimi non hanno adeguatamente rinforzato il bambino nella fiducia per sè stesso e nell’autostima contribuendo così a determinare un adulto geloso perchè non conscio delle sue possibilità e del suo valore, profondamente insicuro. Ciò porta a pensare che il proprio partner potrebbe amare un altro perchè più degno, a non essere sicuro del suo amore.

Ma la gelosia patologica può tradire anche un desiderio di possesso assoluto del partner. Ciò avviene, anche in questo caso, per una cattiva relazione affettiva costruita con i propri genitori, sopratutto quello di sesso opposto. C’è la presenza di un’affettività che non ha trovato correspensione durante l’infanzia, e si pensa di riscattarla da adulti, attraverso il possesso assoluto dell’altro.

Per una migliore disamina della gelosia patologica invito al leggere l’articolo correlato:

Gelosia Patologica: Gelosia ossessiva, Sindrome di Mairet, Sindrome di Otello

CLASSIFICAZIONE DELLA GELOSIA

Uno dei primi studiosi della gelosia è stato Freud che l’ha indagata dal punto di vista psicodinamico ed evolutivo arrivando ad ipotizzare tre diverse tipologie di gelosia (1922, Alcuni meccanismi nevrotici nella gelosia, paranoia e omosessualità):

1) Gelosia competitiva o normale;

2) Gelosia proiettata;

3) Gelosia delirante

La gelosia normale che si manifesta principalmente con dolore, ansia, angoscia, causati dal vissuto cognitivo-emotivo di aver perduto la persona amata, da sentimenti ostili verso il rivale, da un atteggiamento autocritico volto ad attribuire a sé stessi la responsabilità della perdita affettiva e dalla ferita narcisistica.

La gelosia proiettata proviene, per entrambi i sessi, dai tradimenti già esperiti nel corso della vita affettiva o da spinte inconscie verso il tradimento (vedi proverbio: Chi la pensa, la fa). Nei rapporti di coppia bisogna resistere a continue tentazioni per evitare di tradire. Colui che avverte in sé 1’esistenza di queste tentazioni attuerà un meccanismo inconscio per alleviare il proprio disagio: proietterà sull’altro le proprie tendenze al tradimento. Al riguardo Freud cita Desdemona quale esempio di gelosia proiettata:

Chiamai il mio amore traditore. E lui, che mi rispose? … Se d’altre donne io mi diletto Vi stendete sul letto con altri uomini

Freud osserva che le persone affette da gelosia proiettata valutano un comportamento civettuolo alla stregua di un tradimento.

La gelosia delirante è determinata da tendenze al tradimento che sono state rimosse ma gli oggetti di queste fantasie sono dello stesso sesso del soggetto che le pone in essere. Per Freud la gelosia delirante corrisponde ad una forma di omosessualità latente che preme per manifestarsi. Come tentativo di difesa contro un impulso omosessuale troppo forte essa può essere descritta mediante la formula: “Non sono io che lo amo è Lei che lo ama”. E’ come se oggetto della gelosia diventasse l’altro, il rivale o la rivale.

Da questo breve escursus si può affermare che gelosia e dipendenza affettiva sono le due facce di una stessa medaglia. Se è presente l’una è molto probabile che sia presente anche l’altra.

Dott. Roberto Cavaliere

La Forza della Gratitudine

La Forza della Gratitudine

E’ vera e vasta quanto è alta la coscienza. Coscienza di essere parte di un tutto correlato vivente, coscienza che si sviluppa se l’impegno verso la conoscenza si estende a tutto campo, senza limite alcuno. La via di conoscenza antroposofica è, per la presente civiltà europea – americana, la via più idonea allo sviluppo dell’anima cosciente; non riuscire a cogliere questa indicazione si rischia di perdere una tappa essenziale per l’evoluzione umana: la possibilità di sviluppo della gratitudine.

La gratitudine è la forza che ti muove verso l’altro. Nell’epoca in cui si porta al massimo sviluppo l’individualità, l’egoità, il libero arbitrio, l’uomo ha fortemente bisogno di una conoscenza che per sua natura spinga il pensiero verso il cuore e da lì verso l’azione, che svegli il senso di appartenenza a innumerevoli esseri spirituali (la famiglia, l’impresa, la nazione, l’umanità ecc.) e quindi ad un comportamento armonico per la vita di questi esseri.

Se ci si avvede che con la divisione del lavoro ognuno è quasi totalmente servito dagli altri, ne nasce riconoscenza e sentimento di debito che mi esorta a svolgere la mia attività con impegno, entusiasmo e professionalità, ma anche di dolore quando penso a chi disperatamente cerca lavoro e non lo trova, perché è nel lavoro che si sente inconsciamente il senso della vita umana nella sua pienezza: servire i bisogni dell’altro, sperimentare l’essere trinitario nella collaborazione con l’altro, la resurrezione nel rapporto. Nel lavoro di squadra, e oggi lo è quasi sempre, quando non si è illusi dal potere e dal denaro, si fa strada una profonda gratitudine per il fatto che i miei difetti sono compensati dalle capacità dell’altro e da ciò l’impegno a dare tutto me stesso, senza calcolare quanto do; si dà insieme e il ricavato del bene prodotto non dividerlo secondo forza fisica, intelligenza, velocità, scaltrezza, furbizia, titolo, egoismo, ma secondo necessità.

Gratitudine per tutto ciò che ci viene dato, anche se difettoso, esorta a creare catene di cooperazione e fratellanza: l’agricoltore dona il suo prodotto al distributore, questi al negozio o alla trasformazione, poi al consumatore; nel dialogo di filiera poi l’aiuto reciproco prende il posto dei resi. Non c’è nulla di più avvilente per l’agricoltore del vedersi la merce resa perché non perfetta, egli non può più renderla a nessuno. Gratitudine per l’Agricoltura significa comprendere le difficoltà del produrre agricolo, diventare solidali nella catena dal produttore al consumatore, fidelizzare, impegnarsi a collocare, comunque, il prodotto finchè commestibile al consumo e sentire che quando si butta si apre una ferita nel cuore.

Gratitudine per gli animali, l’infinito mondo animale, che come aura soffonde il regno vegetale, che senza di esso non potrebbe esistere, per il canto degli uccelli, gioia fluente verso la nostra anima, dell’allodola ai primi tepori solari di primavera, del cuculo nei pomeriggi assolati dell’estate, dell’usignolo che vince la notte e della civetta che ne marca la tenebra. Allora mi attivo in ogni azione che favorisca l’equilibrio degli ecosistemi, perché la gioia continui ad effondersi, perché io e loro siamo intessuti nel gran Tutto e anch’io senza di essi non potrei esistere.

Gratitudine per le piante, benedizione che viene su dalla terra, diligentemente accudite dagli esseri elementari che accolgono gli archetipi di vita dal cosmo. Gratitudine per la cornucopia di alimenti che mi viene continuamente donata, risultato di forze inerziali divine, opera compiuta, del vecchio cosmo e di nuove forze professionali umane, il nuovo cosmo, il nuovo sole.

Allora quando mi appresto ai pasti rendo grazie a tutte le forze che si sono attivate perché quel miracolo avvenga, e tanto più sincero è quel sentimento tanto più emano forze fecondanti la natura. Quando di giorno in giorno, di stagione in stagione passo davanti ad una pianta, non distratto e sognante ma attento mi fermo ad osservarla, sempre più con sincero interesse, come fa il saggio contadino quando fa il giro quotidiano per osservare il fatto e il da farsi, mi sorge l’immagine della vera pianta, che non è solo radici, tronco, foglie fiori e frutti, ma è un immenso in continua metamorfosi che abbraccia come testa l’intero pianeta; quella pianta, con tutti gli esseri elementari incatenati al suo servizio, dal mio sguardo presagisce futuro, nuova speranza, nuovo sole. Non solo l’agricoltore ma ognuno realmente può contribuire a dare impulso alla giusta evoluzione della natura: col verace interesse, sinonimo di volontà cosciente.

Gratitudine per il regno minerale perché su di esso posso posare saldamente il piede, ma, consapevole del dolore per tutto ciò che sedimenta e indurisce e che si infligge con cemento ed asfalto, sarò attivo ovunque per sciogliere, frantumare, arare, sarchiare, anche in piccoli orti e giardini, perché ciò reca gioia alla Terra, libera, redime.

Gratitudine per l’Africa, perché senza le sue risorse minerarie (Nichel, Tungsteno, Molibdeno, Vanadio …) l’Europa non potrebbe disporre della sua potente tecnologia. Allora quando i suoi emigranti mi compaiono davanti mi deve pervadere il senso del debito nei loro confronti, l’immagine della miseria che hanno lasciato e il coraggio che li accompagna.

Ma la più sentita gratitudine va riversata agli agricoltori, sempre attivi per donarci vita, nonostante dimenticati da una società preda dell’egoismo, del potere, del denaro, e della perversa concorrenza che queste forze generano, in quanto non bilanciate da una vera e umana e solidale organizzazione sociale. Questa è una delle ragioni profonde dell’avvio dell’agricoltura biologica e biodinamica e dello sforzo convinto di tutti coloro che operano in questo sviluppo.

Solo con la forza della gratitudine l’uomo superiore può emergere in mezzo all’attuale imperante uomo egoista e stupido. Ma la gratitudine appartiene alla vita spirituale. Solo con la “coscienza materiale” lo sviluppo diventa un terribile retrocedere. Per avanzare è indispensabile svegliarsi all’impulso della Scuola di Michele, quell’Entità che s’è fatta carico di portare fra gli uomini il “pensiero cosmico”, la conoscenza del mondo spirituale, l’azione redentrice di quell’Entità che dall’evento del Golgota è resuscitata nei cuori di tutti gli uomini, su tutta la Terra, senza alcuna appartenenza a razza o popolo o religione. Da quell’evento unico e centrale dell’evoluzione dell’uomo, ogni manifestazione umana ha una correlazione con l’entità operante Cristo. Questo secondo me è il senso di quel recente intervento di Ibrahim Abouleisch, il fondatore della Comunità antroposofica in Egitto, che ha suscitato una dura reazione di qualcuno. A lui la mia gratitudine e questo accenno è la riconoscenza al suo grande impulso antroposofico portato in mezzo all’Islam; la stessa gratitudine che provo per la Comunità antroposofica che opera in Israele. Ad ogni passo nella conoscenza, compierne tre nella morale, cioè nell’agire sorretto dal cuore, che così trasmuta in virtù. Conoscenza, coraggio, virtù, a questa triade vivente triarticolata è chiamato l’uomo!

Gratitudine per tutti coloro, e sono tanti, che si dedicano, in imprese o associazioni di volontariato nelle più disparate situazioni, ad aiutare il prossimo, uomo, animali, vegetali, Natura, perché sentono intimamente che quella dedizione li riempie del più grande valore umano in divenire, l’amore; gratitudine che mi sprona ad essere intensamente partecipe di quel “popolo”.

Intimamente mi sorge una intuizione: la forza, la posizione privilegiata, i mezzi di cui dispongo mi sono stati donati in fiducia dagli altri affinché siano potenza di redenzione dei deboli, altrimenti mi dovranno essere tolti.

Gianni Catellani

COMUNICAZIONE

COMUNICAZIONE

Parola oggi molto usata e talora “abusata”, la comunicazione indica in senso generale quell’insieme di segni e di messaggi – verbali e non – che servono per trasferire ad atri delle informazioni ma anche delle emozioni.

Secondo la definizione del linguista russo Roman Jakobson, per comunicazione si intende il processo linguistico di scambio da un emittente a un ricevente attraverso un canale e mediante un codice comune a entrambi.

La comunicazione può essere di due tipi, verbale e non verbal.e La prima utilizza parole, immagini, segni e testi scritti (su carta ma ora anche su strumenti elettronici).

La seconda impiega tutta una serie di comportamenti corporei come le posture, la distanza tenuta con l’interlocutore,le smorfie, i movimenti eseguiti con il capo o con le mani mentre parliamo, e così via.

“Tu diventi ciò che dici”

Parafrasando il detto per cui “l’uomo è ciò che mangia, si potrebbe dire che ognuno di noi “diventa le parole che dice”. In effetti, comunicare è semplice come respirare. Tuttavia “comunicare” non significa semplicemente “informare“: vuol dire “entrare in relazione” (e dunque scambiare informazioni, messaggi, sensazioni…) con soggetti esterni a noi. Per ogni essere vivente non comu­nicare è praticamente impossibile perché anche il silenz­io, lo sguardo, gli atteggiamenti non verbali o le smorfie del volto sono aspetti che “parlano” per noi e manifestano il nostro modo di essere, l’universo dei nostri stati d’animo.

Una buona comunicazione inizia dalla pancia

E’ stato dimostrato che il feto è in grado di percepire attraverso il ventre la voce della madre che gli parla durante i nove mesi di gravidanza, come pure i suoni e le musiche provenienti dal mondo esterno.

In tal modo tra mamma e bambino si instaura subito una forma di comunicazione che non fa sentire “isolato” il nascituro e, contemporaneamente, crea un legame tra la gestante e il bimbo, aiutando la donna a superare le ansie e i dubbi tipici dell’attesa.

Le regole per una comunicazione felice continua…

Imparare a Stare con gli Altri

Imparare a stare insieme agli altri

La tecnologia ed internet aiutano le persone ad avere esattamente ciò che esse vogliono, ma non si può andare on line ed ordinare un vero amico. Quando le cose non vanno per il giusto verso, non si desiderano e-mail, ma una persona che ti prenda per mano, qualcuno che ti sia realmente vicino. Bernardo J. Carducci, professore di psicologia presso la Indiana University Southeast e direttore dello Shyness Research Institute sostiene che gli americani, oggi come mai prima, soffrono di solitudine ed hanno pochissimi amici. Oggi si arriva perfino a non rendersi più conto che per farsi degli amici occorre avere delle abilità, di conversazione, di negoziazione, di empatia. Invece tutti pretendono un’amicizia immediata. Tutto si può comprare, perfino la pizza ti arriva a casa, così come un film a videonoleggio, hai le tue amicizie on line, scelte in qualche chat di persone che ha i tuoi stessi interessi… Niente più discussioni e confronti Carducci onsiglia allora, per tornare ad essere una persona ‘sociale’, di interessarsi di più alla vita degli altri, ad esempio attraverso il volontariato. Basta insomma documentarsi sulla vita delle star e fregarsene completamente per ciò che accade al nostro vicino di casa! Occorre riabituarsi a stare con gli altri. Le persone desiderano la compagnia, ma poi si aspettano che siano sempre gli altri ad avere dei buoni discorsi da fare ed iniziative da proporre… E se cominciassimo noi per primi?

Fonte: Indiana University

A cura della Redazione del sito
Clinica della Timidezza

Lettura consigliata qui

Comunicazione Consapevole

– Principi di Comunicazione Ecologica

La Comunicazione Ecologica può essere applicata a tutti gli aspetti della vita umana: il rapporto di coppia, la famiglia, il lavoro, la scuola, l’amicizia, ma è particolarmente utile in tutte le situazioni che prevedono una dinamica di gruppo. Ecco alcuni dei principi basilari.

  • Evitare la monopolizzazione
  • Evitare di dominare il gruppo e offrire le proprie idee sostenendole con i fatti in modo succinto e chiaro. Esprimere se stessi, i propri bisogni e le proprie emozioni lasciando spazio anche all’espressione altrui.

Come: non dilungarsi nei dialoghi e nell’eventuale espressione non verbale – esprimere le proprie idee in modo succinto – usare una lavagna per schematizzare e illustrare i contenuti in modo più conciso ed essenziale – gestire e regolare gli interventi dei partecipanti troppo attivi e favorire la partecipazione dei meno attivi – proporre la creazione comune di regole atte a favorire una partecipazione omogenea di tutti i presenti.

  • Evitare il dogmatismo

Rispettare il territorio degli altri. Opinioni e idee diverse possono convivere una accanto all’altra invece di sovrapporsi

La gente preferisce ascoltare idee che siano possibilità su cui riflettere e non verità da mandar giù. L’imposizione delle proprie idee produce risentimento piuttosto che dialogo fruttuoso.

  • Usare formule propositive anziché direttive per non infantilizzare i partecipanti.

Come: non contraddire – proporre invece di imporre – parlare delle proprie esperienze invece di dire agli altri cosa devono fare – parlare per se stessi e non generalizzare (non dire “tutti noi sappiamo che…” ma dire “secondo me…”) – evitare toni dogmatici o autoritari – non reagire ai toni dogmatici

  • Evitare di dare giudizi pesanti
  • Essere consapevoli della complessità e della varietà delle situazioni e non costringere la realtà entro concetti dualistici (bianco o nero – buono o cattivo – vero o falso).
  • Cercare di vedere i vantaggi e gli svantaggi da ogni punto di vista evitando di cadere nella trappola del chi ha ragione e chi ha torto – valutare insieme eventuali vantaggi e svantaggi di una situazione o di un progetto.
  • Focalizzare l’attenzione sugli eventuali punti di accordo piuttosto che sulle differenze e sul disaccordo –

(non dire “hai torto…” ma dire “io ho un’opinione diversa…”, non dire “questa sarebbe una pessima scelta…” ma dire “per ogni scelta ci sono vantaggi e svantaggi … in questo caso io vedo più svantaggi che vantaggi”).

  • Permettere sempre a chiunque di salvare la faccia. Trasformare i giudizi pesanti che si ricevono in suggerimenti positivi
  • Non scivolare nelle implicazioni provocatorie e negative di giudizi pesanti che si possono ricevere – ignorare la provocazione oppure usarla come punto di partenza per ottenere più informazioni e per iniziare un dialogo migliore – chiedere l’alternativa positiva – chiedere chiarimenti.
  • Esprimere i propri bisogni personali evitando atteggiamenti moralistici

evitare la trappola di esprimere i propri bisogni personali facendo la morale ma esprimerli in modo chiaro diretto e rispettoso.

  • Evitare l’utilizzo del verbo “dovere” – (non dire “tu devi”, Il tu dovresti% “sarebbe tuo dovere” ma dire “mi piacerebbe che tu…”, “vorrei che tu…% “ho bisogno che tu…”)
  • Favorire relazioni di qualità e un dialogo efficace trai partecipanti
  • Favorire opportunità di incontro, condivisione e amicizia tra i partecipanti (etichette autoadesive con i nomi nei gruppi numerosi)
  • Verificare eventuali timori e favorire situazioni di fiducia e sostegno reciproco Permettersi l’espressione dei propri sentimenti e stimolare quella degli altri
  • Nel dialogo favorire l’utilizzo di esempi concreti anzi che di concetti astratti — Evitare di uscire dal tema e verificare che l’attività del gruppo prosegua nella direzione programmata — Ammorbidire situazioni di conflitto e atteggiamenti polemici — Evitare le situazioni dispersive regolando le attività e gli interventi.
  • Mettere in evidenza i suggerimenti positivi
  • Evidenziare le possibili potenzialità positive future piuttosto che eventuali situazioni negative del passato (non dire “non voglio più che tu faccia…” ma dire “vorrei che tu facessi più…”)
  • Rimanere positivi

Utilizzare l’apprezzamento e l’incoraggiamento piuttosto che la critica

tutte le informazioni che desideriamo dare per criticare o correggere un errore possono essere poste in termini di potenziale positivo (non dire “sei goffo” ma dire “stai attento”, non dire “non essere egoista” ma dire “puoi essere più generoso”, non dire “tu non rifletti mai prima di…” ma dire “puoi riflettere prima di…”)

Altri esempi di linguaggio negativo e positivo: non dire “non sai niente” ma dire “puoi imparare” — non dire “sei un incapace” ma dire “puoi migliorare le tue capacità” — non dire “devi tacere” ma dire “è importante ascoltare”

  • Evitare atteggiamenti ironici verso terzi… l’ironia può essere molto più interessante se rivolta a se stessi piuttosto che verso gli altri

E ancora…

  • Preferire un atteggiamento comprensivo ma non deresponsabilizzante (ti voglio sostenere, ma non voglio farlo al tuo posto).
  • Controllare la gestione del tempo in funzione degli obbiettivi dell’incontro e del numero dei partecipanti — verificare che tutti i presenti possano rispettare gli orari come da programma

Fare attenzione al livello energetico del gruppo ed alla capacità di attenzione.

Superbrain Yoga



Superbrain Yoga è una tecnica, svilupata dai grandi Rishi indiani per aumentare l’intelligenza delle persone, basata sul principio dell’agopuntura auricolare.

Sfortunatamente la tecnica appropriata per eseguire questo esercizio è stata distorta ed è andata perduta.
Per comprendere i principi che stanno alla base del Superbrain Yoga, Master Choa, autorevole esperto nell’utilizzo dell’energia o prana per la guarigione, il benessere e la spiritualità, spiega in questo libro alcuni nuovi concetti scientifici e l’intera tecnica. Il Superbrain Yoga può fornire “il carburante energetico” in grado di mantenere in forma il nostro cervello e può aiutarci ad affrontare gli effetti più comuni dell’invecchiamento della mente. In pratica il Superbrain Yoga attiva i centri energetici superiori ed energizza sia il cervello che il sistema nervoso…

Master Choa Kok Sui è autore di fama internazionale. Ingegnere chimico, uomo d’affari di grande successo, discendente di un’antica famiglia cinese; vive nelle Filippine, ma viaggia in tutto il mondo come Maestro spirituale e Mastro di Pranic Healing, diffondendo la sua opera e i suoi insegnamenti sulle scienze interiori. Ha rivelato i misteri del mondo dell’energia sottile con la realizzazione del best seller, edito in 17 lingue, Miracoli con il Pranic Healing. Il Pranic Healing oggi è diffuso in più di 30 paesi.

Lo studio pilota sul Super Brain Yoga è stato condotto nel New Jersey su bambini dai 5 ai 9 anni, con disabilità di varia natura tra cui difetti neurologici, sindromi da deficit di attenzione / iperattività, disturbi psicotici depressivi, disturbi di apprendimento ecc
Un altro studio fu condotto nel sistema scolastico in Norristown, Pennsylvania su ragazzini adolescenti per stimare l’impatto di Super Brain Yoga sui loro comportamenti e risultati accademici.
Super Brain Yoga è stato quindi integrato nel processo educativo scolastico.

Si è verificato che gli studenti che praticano questa tecnica beneficiano di un ridotto stress psicologico e sono in grado di concentrarsi sui propri studi in maniera più efficace. Altro vantaggio di Super Brain yoga è una maggiore capacità di regolamentare il sesso guidare soprattutto per i ragazzi. Prolonged practice of super brain yoga makes the student look brighter, smarter, greater intelligence, creativity, inner peace and more psychologically balanced. Una pratica prolungata di Super Brain yoga rende allo studente un aspetto più luminoso, più intelligenza, creatività, pace interiore e un maggiore equilibrio psicologico.

Dato che questa pratica attiva il più alto dei centri di energia ed il sistema nervoso, è possibile utilizzare Super Brain yoga per alleviare le condizioni dei pazienti con disturbi psicologici e/o cerebrali come pure i disturbi del sistema nervoso.

Tutto questo deve essere fatto sotto la supervisione di un medico e di un qualificato pranic Guaritore.

Grand Master Choa Kok Sui

http://www.superbrainyoga.org

Master Choa Kok Sui

Superbrain Yoga

Eifis Editore